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Alien (1979)

ALIEN | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO
🎬 SCHEDA

TITOLO ORIGINALE

Alien

PRODUZIONE

Gordon Carroll, David Giler, Walter Hill

REGIA

Ridley Scott

SCENEGGIATURA

Dan O’Bannon

STORIA

Dan O’Bannon, Ronald Shusett

CAST

Tom Skerritt, Sigourney Weaver, Veronica Cartwright, Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm, Yaphet Kotto

COLONNA SONORA

Jerry Goldsmith

FOTOGRAFIA

Derek Vanlint

MONTAGGIO

Terry Rawlings, Peter Weatherley

SCENOGRAFIA

Michael Seymour, Ian Whittaker

COSTUMI

John Mollo

🏆 RICONOSCIMENTI 1 ACADEMY AWARD (USA, 1980)

Migliori Effetti Speciali Visivi

2 BAFTA AWARDS (UK, 1980)

Miglior Scenografia

Miglior Sonoro

🖋️ Recensione

Durante il viaggio di ritorno alla Terra del mercantile Nostromo (omaggio al romanzo omonimo di Joseph Conrad, ove il compito dell’ufficiale Nostromo è simile: espatriare pietre preziose dalla città mineraria di Sulaco), i membri dell’equipaggio si risvegliano dal sonno per rispondere a un segnale di soccorso proveniente dal pianeta alieno LV-426. Il mistero, la preoccupazione circa la missione, il terrore della solitudine, le differenze sociali, il femminismo sono temi molto cari alla fantascienza e in Alien rappresentati con efficacia; ognuno dei sette membri del gruppo è definito con differenti opinioni e diverse aspettative.

 

La navicella Narcissus (omaggio al romanzo Il negro del Narciso, sempre di Joseph Conrad, ove un marinaio è portatore di tubercolosi a bordo della nave che diventa un microcosmo isolato, specchio della società umana) si stacca dal Nostromo per atterrare sul pianeta alieno e indagare l’origine del segnale. L’equipaggio è così catapultato in un ambiente aberrante, mostruoso, sinistro e completamente silenzioso. Un luogo avvolto nella nebbia e disabitato. Un ambiente ignoto ed estraneo. Alieno. Claustrofobico. Inospitale. Ostile. Terrificante. In un relitto alieno è rinvenuta l’enorme salma del pilota, qualcosa di così diverso da risultare inconcepibile per l’impreparata mente dei minatori spaziali. Ridley Scott mostra, attraverso una fotografia e una scenografia angoscianti, la paura del diverso e lo spazio sconosciuto; si entra in empatia coi membri dell’equipaggio che sono impotenti, pietrificati di fronte a ciò che non conoscono e mai conosceranno.

 

Il manipolo preleva dal pianeta una forma di vita sconosciuta, avvinghiata al volto del povero Kane (John Hurt). L’equipaggio cerca di comprenderne la biologia con ogni mezzo a disposizione per salvare la vita del compagno. L’unico in grado di capirne l’essenza è lo scienziato Ash (Ian Holm), pedina fondamentale del perverso gioco di morte, che studia silente il mostro e nasconde la verità al resto dell’equipaggio, i cui membri sono ignare e sacrificabili vittime della Weyald-Yutani, corporazione militarista che si nasconde dietro al paravento della ricerca.

 

Solo tardivamente, i minatori spaziali si rendono conto della grave situazione e cercano di sopravvivere alle condizioni avverse a cui sono sottoposti. Kane è incubatrice vivente del germe alieno che cresce dentro di lui finché, quando al sicuro sulla nave madre, gli esplode dal petto, suscitando sgomento e terrore e decretando così l’inizio della loro fine. La paura prende il sopravvento sull’astuzia e gli errori commessi dall’equipaggio nell’atto di catturare lo xenomorfo diventano mortali. Una curiosità: durante le riprese solo Ridley Scott e John Hurt conoscevano la scena; il terrore che appare sul volto degli attori è autentico! Una scena diventata un cult horror senza tempo.

 

Nell’equipaggio vi sono due donne: la debole Lambert (Veronica Cartwright) e la forte Ellen Ripley (Sigourney Weaver, che sarà poi riconosciuta per questo ruolo). Il ruolo di Ripley avrebbe potuto essere di Meryl Streep se avesse accettato la parte, o della stessa Veronica Cartwright alla quale, solo poco prima delle riprese, le fu affidato quello della vittima impaurita Lambert. Lo xenomorfo riserva per ultimo l’eliminazione del gentil sesso, come fosse la portata finale da degustare, concentrandosi prima sugli uomini che miete uno dopo l’altro. L’alieno appare per la prima volta nella sua forma adulta all’ignaro ingegnere Brett (Henry Dean Stanton): una fugace apparizione, uno spettro mortale che lascia scie di sangue (solo il gatto di bordo Jones è testimone dell’efferatezza). La caccia ha così inizio: il capitano Dallas (Tom Skerritt), che arranca spaventato nelle tubature del Nostromo per stanare l’alieno, è vittima di un truce gioco a nascondino; infine, è il turno del pragmatico Parker (Yaphet Kotto).

 

La sequenza dell’uccisione di Lambert è carica di suspense, lenta, quasi Ridley Scott voglia insinuare il dubbio che l’alieno abbia intenzione di violentarla per puro piacere sessuale. La scelta di tenere Ripley dulcis in fundo conferma tale ipotesi. Nell’atto finale (l’evacuazione dalla nave in procinto di autodistruggersi), lo xenomorfo si rifugia nella capsula di salvataggio, aspettando nascosto l’arrivo di Ripley che, riparatasi anch’essa nella capsula, è inconsapevole di avere a bordo il mostruoso ospite, rannicchiato come un feto e mimetizzato tra le tubature. Una mortale fuga d’amore, siglata e (non) definitivamente conclusa dalle romantiche note della seconda sinfonia di Howard Hanson.

 

La colonna sonora è di Jerry Goldsmith, ma il suo lavoro è sacrificato a favore di partiture preesistenti; inizialmente, il compositore aveva deciso di creare due tipologie di musiche: la prima costituita da brani sinfonici e orchestrali, la seconda caratterizzata da timbri elettronici, strumenti orientali e l’utilizzo dell’echoplex (un generatore di echi per simulare vasti ambienti sconfinati). Il regista preferisce quest’ultima, ma non utilizza in toto il materiale (scelta influenzata dal montatore Terry Rawlings). Il risultato è in ogni caso straordinario e segna un importante punto di riferimento.

 

Gli scenari e l’alieno sono creati dall’artista svizzero Hans Ruedi Giger che è riuscito a concretizzare i suoi più intimi incubi trasponendoli in surreali e visionarie forme. Un talento particolare, poiché attraverso il suo lavoro è riuscito a infondere alla pellicola le sue più profonde paure e trasmetterle allo spettatore grazie alla genialità di Ridley Scott. H.R. Giger unisce la materia organica a elementi inorganici: il risultato è lo xenomorfo. L’alieno è aberrante e misogino, un essere spietato che prova piacere a violare e uccidere le sue vittime. “Un superstite, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità”, questa è la fredda descrizione del mostro, fornita con preoccupante ammirazione dal membro dell’equipaggio che solo alla fine si scopre essere (con grande turbamento) il non-umano del gruppo: l’androide Ash.

 

Il modo in cui il facehugger (letteralmente “aggrappa-faccia”) esce dall’uovo tramite un’apertura che ricorda la forma vaginale, di come l’alieno tentacolare penetra la bocca di Kane per mezzo di un’escrescenza tubolare per depositare il suo seme, di come il chestburster (letteralmente “spacca-torace”) di forma fallica fuoriesce con dirompenza e aggressività dal petto dell’ospite, una volta raggiunta la maturazione (quasi fosse una “penetrazione all’inverso”), e di come dalla bocca dello xenomorfo adulto emerge una seconda bocca (effetto speciale curato da Carlo Rambaldi, il creatore di E.T.), non sono altro che rappresentazioni che esaltano l’aspetto erotico della creatura.

 

Per la prima volta un alieno prova impulsi sessuali; non a caso la protagonista è donna. Ellen Ripley è forte, intelligente, tenace e mascolina e, per l’epoca, una figura atipica in una pellicola di genere e non solo: un simbolo del femminismo entrato nella cinematografia al momento giusto, ovvero non troppo vicino agli anni Sessanta e alle manifestazioni per rivendicare i diritti delle donne, così da non intenderlo un personaggio politicamente corretto. Ripley è l’unico elemento dell’equipaggio in grado di fronteggiare e uccidere lo xenomorfo.

 

Alla fine, lo xenomorfo fluttua nello spazio profondo, perduto anch’esso e sconfitto al gioco mortale dall’eroina per eccellenza. Ellen Ripley, la donna più forte che la cinematografia di genere abbia conosciuto, si iberna per il lungo sonno a cui è destinata, vagando nello spazio profondo insieme al gatto Jones, unici testimoni oculari della orrorifica mattanza.

 

Dan O’Bannon, autore della sceneggiatura, si ispira ai classici d’epoca come La cosa da un altro mondo del 1951, ove un gruppo di spaziali affronta un mortale alieno in spazi angusti e inospitali, e Il pianeta proibito del 1956, ove la nave spaziale atterra su un pianeta sconosciuto e i membri dell’equipaggio sono sterminati uno dopo l’altro da una mostruosa creatura, ma anche e soprattutto a Terrore nello spazio del 1965, diretto da Mario Bava. Un’altra fonte d’ispirazione è senz’altro il racconto breve Discord in Scarlet del 1939, scritto da Alfred Elton van Vogt, ove un alieno depone le uova nel corpo di ospiti umani.

 

Se negli anni Cinquanta, il fanta-horror era sostanzialmente un genere di serie B, quasi ingenuo, con Alien avviene un’importante e sostanziale rivalutazione; un’altra rivoluzione cinematografica, dopo 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick del 1968, Guerre stellari, la visionaria fiaba spaziale di George Lucas, e Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, entrambi del 1977. In quegli anni, le battaglie spaziali non sono più le stesse e regalano forti emozioni, mentre la crescita di giovani eroi conquista il cuore; il disorientamento dell’umanità di fronte alla consapevolezza di non essere sola nell’universo e il desiderio di mettersi in contatto con entità extra-terrestri è mostrata con occhio bonario e gentile: le storie fanno leva sul cuore dello spettatore; tuttavia, Alien ricorda che lo spazio è un luogo pericoloso, dove nessuno può sentirti urlare.

 

Dove gli alieni di Steven Spielberg sono antropomorfi, avvolti da una luce abbagliante e pacifica e speranzosa per il genere umano, Ridley Scott mostra invece un alieno aberrante e affamato: gli stessi tratti caratteristici del mostro de Lo squalo, il classico spielberghiano del 1975, con cui Alien ha in comune l’essenza: una vastità sperduta, immensa, blu anziché nera, ma anch’essa inospitale per l’essere umano. Pericolosa. Mortale. In entrambi, l’equipaggio dà la caccia a un mostro, di cui è vittima, che infligge danni mortali: l’incarnazione stessa delle nostre paure. La differenza è questa: mentre ne Lo squalo i tre cacciatori sono consapevoli di dover catturare e uccidere un pericoloso pesce (il più ferale) dall’istinto omicida, vendicativo e di proporzioni gigantesche, ma ben noto dai libri di biologia, in Alien l’equipaggio non parte volontario per la missione, ma è pedina inconsapevole in un gioco di potere tipico della natura umana, i cui meccanismi restano celati. Un terrorizzante capolavoro.


Articolo di Alessandro Pin

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