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Alien³ (1992)

🌖 Consigliato

ALIEN 3 | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

🖋️ Recensione

Grazie al successo di Aliens, la 20th Century Fox è intenzionata a mettere in cantiere un terzo capitolo; tuttavia, lo scetticismo dei produttori David Giler e Walter Hill congela il progetto, complice anche l’insoddisfazione di Sigourney Weaver per aver visto rimosse scene chiave sul passato di Ripley. Il primo tentativo è di porre sotto i riflettori Michael Biehn, concentrando la trama sugli interessi economici-militari della Weyland-Yutani, la corporazione interessata a studiare e sfruttare la biologia dello xenomorfo per produrre un’arma di distruzione; purtroppo, il ritorno di Ridley Scott alla regia è difficoltoso e la camera da presa è consegnata al finlandese Renny Harlin e la sceneggiatura rimaneggiata più volte.

 

William Gibson (padre-fondatore del cyberpunk) è il primo a essere ingaggiato e, basandosi sul soggetto di David Giler e Walter Hill, vuole ambientare il film in una base sovietica, sede di esperimenti genetici sullo xenomorfo. Lo sciopero degli sceneggiatori nel 1987 blocca i lavori e William Gibson è estromesso dalla produzione; in sua vece, è incaricato Eric Red (lo sceneggiatore di The Hitcher) che riscrive il progetto, ma fatica a interfacciarsi col lavoro svolto da David Giler e Walter Hill: il risultato è l’abbandono del regista Renny Harlin.

 

David Twohy (futuro regista di Pitch Black) subentra al progetto e prepara una sceneggiatura ambientata in un carcere spaziale, ma senza la presenza di Ellen Ripley. La major non vuole sentire ragioni e gli impone l’inserimento del personaggio-chiave; mentre, all’insaputa dell’autore, incarica il neozelandese Vincent Ward (futuro regista di Al di là sogni) e John Fasano di sviluppare un’altra sceneggiatura (a detta della major utilizzabile per un eventuale sequel). La deriva fantastica di Vincent Ward, ovvero di un pianeta fatto interamente di legno dove ambientare la storia, fa storcere il naso alla produzione: l’idea alla base del progetto vede un gruppo di monaci che, all’arrivo della Sulaco portatrice dello xenomorfo, vedono nel mostro un demone; il loro rifiuto all’uso della tecnologia, non permette loro di difendersi con armi avanzate e quindi combattere la creatura diventa arduo.

 

Dopo l’abbandono di John Fasano, a causa di altri progetti, e David Twohy, sentitosi preso in giro dalla major, Vincent Ward è affiancato da Greg Pruss che, vedendolo troppo interessato all’aspetto religioso, lo reputa inadatto a raccontare una storia dalla caratura fantascientifica-orrorifica che ha reso famoso lo xenomorfo. La conclusione è l’abbandono di Greg Pruss e il licenziamento di Vincent Ward dal progetto.

 

L’incarico di dirigere il lavoro passa all’esordiente David Fincher; un battesimo del fuoco che il futuro regista di capolavori come Fight Club e Seven non ricorda con particolare affetto, coinvolto all’ultimo in una produzione travagliata e controversa. Un’ulteriore riscrittura è affidata a John Ferguson che trae ispirazione dal lavoro di Vincent Ward, ma senza successo, poiché il suo lavoro è bocciato sia dal regista sia da Sigourney Weaver che vedeva pessima l’idea di una pseudo-biancaneve alle prese con sette monaci. David Giler e Walter Hill sono così costretti a riscrivere d’emergenza il copione per arrivare a una versione quasi definitiva, ambientata nel carcere spaziale voluto da David Twohy: un cambiamento apparentemente superficiale, ma che comporta una necessaria riscrittura dei personaggi che da monaci diventano carcerati, assassini e stupratori, ma mantengono una propria devozione religiosa; mentre è assicurata la morte certa, per volere della stessa attrice, di Ellen Ripley.

 

David Fincher non ha alcun controllo sul progetto e si ritrova con un final cut imposto dalla produzione. Neanche la riedizione, chiamata Assembly Cut, uscita in home video, riesce a rendere giustizia alla visione del regista, seppur sia molto valida. Alien³ è un progetto nato morto, ma comunque sorprendente per la sua particolare evoluzione e che nasconde una nota romantica, piacevolmente amara, fedele al poetico e successivo modo di concepire la cinematografia del suo regista che utilizza un approccio senza compromessi visivi. Gli effetti speciali sono all’avanguardia, con l’utilizzo di miniature e modelli in latex dell’alieno, con anche qualche movimento dello xenomorfo generato al computer; mentre la colonna sonora di Elliot Goldenthal è un vero e proprio esperimento, con musiche dissonanti e metalliche, desolanti ed evocative, davvero coinvolgenti: un must per gli appassionati di colonne sonore.

 

Alien³ trasuda cinismo, disperazione e morte, dalla prima all’ultima scena. Un prodotto tutt’altro che scadente, poiché affonda le sue radici in un’atmosfera così lugubre, oscura e deprimente da riuscire a emergere con uno stile orrorifico incredibilmente audace, addirittura irriverente nei confronti dei precedenti due capitoli. Un horror puro. Lo stile di David Fincher si percepisce in ogni inquadratura, con un ritorno alle origini per il familiare contesto e un’evoluzione dei personaggi squisitamente sconsiderata, ma al tempo stesso terribilmente definitiva.

 

Nel prologo si assiste alla fuoriuscita del facehugger da un uovo deposto in extremis dalla Regina; il mostro provoca un guasto alle capsule criogeniche del caporale Hicks e la piccola Newt, causandone il decesso (James Cameron e Michale Biehn, che chiede un compenso non comune per l’utilizzo di semplici immagini d’archivio, sollevano le loro perplessità sul progetto), e impollina Ripley con il seme di un’altra futura Regina. Altra decisione drastica è rendere Ripley, spaziale e indimenticabile eroina-madre, l’unica superstite delle sua mortale disavventura contro lo xenomorfo, unica donna in mezzo a detenuti della peggior specie, caratterizzati da debolezze e fragilità psichiche; Ripley riesce, tuttavia, a familiarizzare con il medico del carcere e trova nel capo dei detenuti, un pastore religioso, uno spiraglio di redenzione: il peccato caratterizza tutti i personaggi, coinvolti nell’orrorifica mattanza come vittime di un giudizio divino, dove la punizione risiede nella speranza (o disperazione) che dentro ogni seme ci sia sempre la promessa di un fiore, e nella morte di ogni uomo, chiunque esso sia, una nuova vita, un nuovo inizio. Poetico.

 

L’elemento religioso, voluto da Vincent Ward, è mantenuto, ma usato per definire la personalità del nugolo di prigionieri abbandonati al loro mortale destino: uomini che hanno accettato la loro condanna e sono riusciti ad affidare la propria vita a Dio, privandosi delle loro tentazioni; non c’è molto sul pianeta Fiorina “Fury” 161 che valga la pena desiderare, quando l’arrivo della Sulaco sconvolge le vite dei detenuti e mette in discussione i valori della fede, riportando alla luce la seduzione.

 

Alla fine, dopo la violenta e spietata caccia in stretti tunnel senza via d’uscita, Ellen Ripley si trova di fronte a un bivio. Una scelta che determina il suo destino e le permette di tornare a essere l’eroina-madre (anche se di un essere mostruoso) d’un tempo e annientare definitivamente lo xenomorfo, immolando se stessa. Una scelta che rende cinematograficamente inevitabile la fine della serie, o almeno così avrebbe dovuto essere.


Articolo di Alessandro Pin

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