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Arrival (2016)

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ARRIVAL | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Dodici astronavi aliene, monolitiche e strutturalmente assimilabili a gusci inerti, svettano come alte torri granitiche, sovrastando altrettanti paesi della Terra. Capire le motivazioni dei visitatori è la principale preoccupazione dei governi che agiscono ognuno con le proprie politiche: chi li vuole studiare e chi difendersi da una possibile minaccia. L’arrivo è mostrato dai media che rendono bene l’idea di ciò che sta accadendo nel mondo. L’esercito USA invia due specialisti in Montana, uno dei siti di atterraggio, per stabilire il contatto.

 

Bradford Young, direttore della fotografia, dipinge le immense vallate ricoperte da coltri di nubi che gettano ombre perpetue sullo scenario umido e cupo. Louise Banks (Amy Adams si riconferma una delle attrici più promettenti e talentuose di Hollywood), eccellente linguista, e Ian Donnelly (il sempre convincente Jeremy Renner), brillante fisico teorico, formano una coppia che funziona a meraviglia. La paura prende il sopravvento sullo stupore (contrariamente a quanto accade al manipolo di scienziati di Jurassic Park) per il timore di comunicare con “qualcosa” di cui non si conoscono le intenzioni; tuttavia, in Ian è insito uno spiccato senso dello humor che addolcisce il misterioso clima alieno, aiutando Louise a mettersi in contatto.

 

Il plot sembra riproporre il classico Incontri ravvicinati del terzo tipo; tuttavia, mentre gli E.T. di Steven Spielberg si palesano solo alla fine davanti a coraggiosi uomini dagli occhi lucidi per l’emozione, e in Cocoon di Ron Howard sono amichevoli, luminescenti e meravigliosi, in Arrival gli ambienti sono oscuri e claustrofobici e gli alieni nulla hanno di antropomorfo, ricordando visivamente Alien, il capolavoro di Ridley Scott.

 

All’interno dell’astronave, i due scienziati trovano il coraggio di instaurare un dialogo, liberandosi presto delle tute di sicurezza imposte da militari stressati e condizionati dai media. Curiosa la scelta di utilizzare un uccellino in gabbia come unico rivelatore di tossine nell’aria; un metodo per nulla tecnologico, ma incredibilmente efficace, usato fin dai primi anni del Novecento in atmosfere pericolose.

 

Jóhann Jóhannsson compone una singolare ed efficace colonna sonora che esalta la fumosa atmosfera, tra suspense e dramma. Nascosti dietro uno schermo lattiginoso s’intravedono due figure xenomorfe non solo nell’aspetto, ma anche e soprattutto nel modo di comunicare. Le “conversazioni” sono uniche, tra suoni incomprensibili e “macchie di Rorschach”. Denis Villeneuve, lo sceneggiatore Eric Heisserer (habitué del cinema horror) e lo scenografo Patrice Vermette hanno creato un linguaggio conforme alla natura aliena: una scrittura circolare e mutevole che non si può “tradurre” su un rigo scrivendo da un lato all’altro del foglio, ma da interpretare nella sua interezza. È nello studio del linguaggio che poggia il tema portante della storia, così come nel racconto di Ted Chiang: capire una lingua sconosciuta e mostrare con metodo scientifico come Louise riesce a interpretare la “parola” in forma scritta che non equivale a quella verbale per gli alieni. “HUMAN”, scrive Louise su una lavagnetta, mostrandola indicando se stessa: un saluto di enorme impatto comunicativo.

 

Louise ha più familiarità con gli alieni che coi militari e l’esempio che propone loro per spiegare l’alto grado di difficoltà comunicativa è la storia dell’esploratore Cook che nel 1770 sbarcò in Australia e alla vista di un canguro, un animale allora sconosciuto, chiese agli aborigeni di che specie si trattasse. La risposta “kangaroo” (da cui canguro) fu fraintesa, poiché il significato è “non capisco”. Esempio eccezionale (e chiaro omaggio ad Arthur C. Clarke che cita più volte Cook nei suoi romanzi Incontro con Rama e 2001: Odissea nello spazio) che dimostra come il linguaggio possa essere facilmente frainteso, se non adeguatamente studiato.

 

Arrival di Denis Villeneuve, tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, nominato al premio Hugo e vincitore del premio Nebula, si annovera nel panorama delle pellicole che hanno riportato in auge la fantascienza tecnologica. Arrival rimanda a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e alla cinematografia metafisica cara a Christopher Nolan. Denis Villeneuve gioca con il tempo attraverso meccanismi che conducono in una precisa direzione per poi riconsiderare l’intera narrazione. Ciò che si evince è lo sforzo di sollecitare lo spettatore (oberato di action movie e drammi inconsistenti) a indagare l’origine di ciò che accade; a porsi delle domande come un gruppo di scienziati di fronte a un enigma da risolvere.

 

La sequenzialità temporale definisce l’essere umano che sulla linea retta del tempo viaggia in una sola direzione, mai fermandosi e cambiando verso. Può l’effetto generare la propria causa? Una domanda a cui Christopher Nolan risponde da dentro un buco nero, mentre in Arrival è la comprensione del linguaggio alieno la chiave che apre a una diversa concezione dell’universo (l’ipotesi di Sapir-Whorf o della relatività linguistica). Il meccanismo narrativo è invertito: non vi è più un inizio e una fine, e se “montato” al contrario non cambia il suo effetto (rispecchiando la natura degli alieni e la loro scrittura). Ciò che inizialmente è fin troppo misterioso, piano piano si disvela e acquisisce senso compiuto, dove i tasselli trovano la giusta collocazione con grazia ed efficacia.

 

Arrival è la storia di un’incredibile esperienza di vita (come Contact di Robert Zemeckis) che ne racchiude un’altra ben più importante che alberga la mente della protagonista per l’intero “cerchio” narrativo. Potente. Sublime. Oltre l’umana comprensione. Un aspetto nuovo e straordinario per la fantascienza. Un gioiello cinematografico metafisico e filosofico.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE
Arrival

PRODUZIONE

Dan Levine, Shawn Levy, David Linde, Aaron Ryder

REGIA
Denis Villeneuve

SCENEGGIATURA
Eric Heisserer

SOGGETTO
Ted Chiang

CAST

Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O’Brien, Tzi Ma

COLONNA SONORA

Jóhann Jóhannsson

FOTOGRAFIA
Bradford Young

MONTAGGIO

Joe Walker

SCENOGRAFIA
Patrice Vermette, Marie-Soleil Dénommé, Paul Hotte, André Valade

COSTUMI
Renée April


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