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Blade Runner 2048: Nessuna via di fuga (2017)

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Recensione

Los Angeles, 2048. Sapper Morton (bravissimo Dave Bautista che ha finalmente l’occasione di interpretare un personaggio complesso e drammatico) è un replicante massiccio (il controtipo di Leon) che si risveglia confuso e terrorizzato in una stanza di un malfamato motel dei bassifondi. L’aspetto, la postura, la camminata tradiscono la sua natura, quella di un uomo in fuga che vaga sperduto tra i meandri oscuri di una popolosa Los Angeles. Le atmosfere richiamano in modo pedissequo, quasi maniacale, quelle di Blade Runner. Il replicante mostra un libro all’amica Ella (Gaia Ottman), una ragazza che vive per strada: Il potere e la gloria di Graham Greene, chiaro riferimento al dilemma morale del replicante, in fuga dalla persecuzione. Sapper, di ritorno dal mercato, vede dei malviventi che stanno molestando la ragazza e sua madre (Orion Ben); ha luogo un cruento scontro, ove si percepisce come la violenza sia parte integrante della sua natura di “golem”, insensibile persino dopo aver ricevuto un duro e doloroso fendente. Per i passanti è chiaro fin da subito che Sapper sia in realtà un replicante e questi, ormai smascherato dalla ragazza nei cui occhi traspare autentico terrore, fugge dalla scena: un diverso, un emarginato sociale, una creatura figlia del dio della biomeccanica. Luke Scott dirige un corto profondo, ricco di dettagli, che potrebbe essere a sé stante, slegato dal mondo di Blade Runner o dal concetto stesso di “replicante”. Una piccola perla che potrebbe anche non appartenere al filone cyberpunk, ma essere nella sua purezza e semplicità meravigliosamente distopica.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE
2048: Nowhere to Run

REGIA

Luke Scott

SCENEGGIATURA

Hampton Fancher, Michael Green, Luke Scott

CAST

Dave Bautista, Gerard Miller, Bijan Daneshmand, Gaia Ottman, Orion Ben

FOTOGRAFIA

Pierre Gill

SCENOGRAFIA

Tom Pataki


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