· 

Blade Runner 2049 (2017)

★ ★ ★ ★ ☆  |  ALESSANDRO PIN


BLADE RUNNER 2049 | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

2049. L’agente K (Ryan Gosling) è un Blade Runner. Un detective killer incaricato di cacciare e terminare i replicanti: macchine bio-ingenierizzate assimilabili agli esseri umani. Nel 2020, vede la luce il modello di replicanti Nexus 8, caratterizzato da una durata di vita naturale, contrariamente al precursore Nexus 6 la cui “data di scadenza” è quattro anni; l’avvento dei Nexus 8 causa disordini e dissidi nella società che vede nel nuovo modello un pericolo alla sopravvivenza e unicità dell’essere umano con il timore che possa imporsi come “specie” dominante. Nel 2022, i replicanti si ribellano, provocando un catastrofico blackout che azzera ogni banca dati esistente e termina l’interconnessione telematica tra gli individui; diventano fuorilegge, costretti a nascondersi in terre desolate lontano dall’occhio umano cacciatore e indagatore, sempre vigile e spalancato sulla società. L’essere umano del 2049 è solo, perso in un oblio cibernetico senza memoria digitale; ciò che rimane è scritto nei libri e inciso nelle registrazioni analogiche: ricordi di un’esistenza passata difficili da mettere a fuoco.

 

In un allevamento di proteine fuori città (un panorama di apertura mozzafiato che mostra la distopia rurale della società in una nebbia opalescente), l’agente K scova e ritira Sapper Morton (Dave Bautista è sorprendente nel suo primo ruolo drammatico), il Nexus 8 a cui stava dando la caccia: un personaggio dal potenziale interessante, purtroppo sacrificato anzitempo. Vicino a un albero morto, K trova interrata una scatola che nasconde un segreto sconvolgente la cui rivelazione potrebbe sovvertire l’ordine delle cose. Seguendo una scia di “briciole sintetiche”, fuori dai confini di Los Angeles, K si dirige verso la distesa sperduta di San Diego, ridotta a un deposito di baracche arrugginite, per giungere infine a una necropoli irradiata, conosciuta un tempo come Las Vegas, dove incontra un ex-cacciatore di androidi, chiave di volta per comprendere il mistero.

 

Un’indagine travolgente, sia filosofica sia fisica, le cui tappe sono ben distinte. Un insieme di tasselli che vanno a comporre un affresco complesso e suggestivo. Le immagini attirano in profondità, come se generassero una forza gravitazionale; un’esperienza sensoriale affascinante e impressionante che sfrutta il senso di nostalgia e spalanca gli occhi su un abisso d’acciaio malsano, sgradevole e letale in cui si specchia la società contemporanea.

 

La Los Angeles del 2049 è perennemente notturna e grondante lacrime di pioggia; sporadici bagliori solari illuminano il volto e la mente di fanatici rivoluzionari e poveri bisognosi che mangiano cibo di strada nei mercati orientali, indossando giacche a vento trasparenti, circondati da pubblicità che promettono loro una nuova vita in lontane colonie extra-mondo che non possono permettersi di raggiungere. Non v’è più identità, l’essere umano non si riconosce più, il dubbio di essere una macchina è così distopico da portare alla pazzia e dannazione dell'anima. Vizi e dissolutezze sono concessi a carissimo prezzo da un benefattore intelligente auto-proclamatosi creatore: unici baluardi a cui aggrapparsi, poiché la memoria storica, ovvero l’esperienza acquisita nel corso della vita, non garantisce più certezza di umanità. Come fosse intrappolata in una bolla temporale, la città è ancora torbida, fumosa, inquinata e inquietante. Nulla è cambiato dopo trent’anni.

 

Il contesto, tuttavia, è differente: l’ecosistema terrestre è morto, il mondo è paralizzato e dipendente da coltivazioni di proteine, e la Tyrell Corporation, responsabile della creazione dei cosiddetti “lavori in pelle”, è ormai un lontano ricordo: acquisita da Neander Wallace (Jared Leto) è rinata come Wallace Corporation per mantenere la (sotto)classe umana con cibi sintetici e partner olografici. Wallace ha ridato linfa vitale al mondo, dopo il cataclisma, ereditando lo spirito di Eldon Tyrell (ucciso dalla sua creatura), ma non la sua capacità di compiere miracoli tecnologici. Un impostore (dal destino irrisolto), negromante hi-tech, malvagio inventore di un nuovo modello di replicante che, schiavo di una programmazione che lo rende “più umano dell’umano”, ma sempre e comunque al suo servizio, lo aiuta a prosperare per un bisogno di realizzazione impiantato nel (sintetico) cromosoma genetico. Isaac Asimov, dopotutto, aveva ragione.

 

Il “dream team” è cambiato rispetto al prototipo originale. Denis Villeneuve subentra alla regia al posto di Ridley Scott, qui in veste di produttore esecutivo. Dennis Gassner sostituisce Lawrence G. Paull alla scenografia, aiutato dal visionario Syd Mead (già collaboratore artistico per Blade Runner). La colonna sonora, a cura di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, è lontana dall’indimenticabile e insuperabile opera di Vangelis, canalizzandola solo per alcuni istanti. Roger Deakins fa della livida fotografia, satura di sfumati contrasti, la struttura portante. Ciò potrebbe indurre a pensare che, in realtà, sia la narrazione di Hampton Fancher (tornato dopo aver visto rifiutata la sceneggiatura di Blade Runner) e Michael Green a fare da sfondo; tuttavia non è così, poiché in Blade Runner 2049 la definizione del replicante acquista un nuovo livello di profondità.

 

Se prima si contestualizzava la macchina in contrapposizione all’essere umano, qui vi sono sfaccettature metafisiche e psicologiche di ben altra natura: alla continua ricerca di condivisione e ricongiungimento al creatore si unisce il bisogno inedito di identificazione. I replicanti provano rabbia per la loro condizione, vogliono ribellarsi per imporsi sulla società con forza inaudita, tramando nascosti nei vicoli bui della megalopoli: un senso di libertà non più apparente, poiché l’ingranaggio azionato dall’essere umano è destinato a rompersi per un miracolo biotecnologico.

 

Il perno su cui ruota la caratterizzazione dei personaggi è il complesso rapporto macchina/macchina (o intelligenza artificiale), la componente più intrigante, mentre alcune evoluzioni narrative potrebbero deludere chi sognava un futuro idilliaco per Deckard e Rachel. Sembra ormai pratica comune disintegrare i sogni, le speranze suscitate dalle pellicole Anni ’80, di per sé perfette (si pensi all’evoluzione del rapporto tra Han Solo e Leia in Star Wars – Il risveglio della Forza, non più ingenuamente fanciullesco, ma radicato in una maturità dovuta alla crescita dei personaggi e alle vicissitudini della vita).

 

Se il capostipite di Ridley Scott è ricco di scene d’azione cariche di dramma, il (meta)sequel di Denis Villeneuve è deliberatamente lento, eccessivamente didascalico e permeato di significati che richiedono una buona dose di concentrazione per essere assimilati; la componente action è comunque presente, ma condensata in fugaci sequenze di brutale violenza, se non nello scontro finale: “annacquato” e privo dello stesso pathos di quello tra Deckard e Roy Batty in Blade Runner.

 

Denis Villeneuve ottimizza il carisma e il sorriso riluttante di Ryan Gosling che è semplicemente perfetto; mentre se si pensa che Harrison Ford sia su un territorio pericoloso, poiché alle prese con un personaggio iconico che potrebbe giocargli un brutto tiro, è meglio ricredersi: la situazione di Rick Deckard mette alla prova la statuaria recitazione del veterano che trasmette grandi emozioni. Ana de Armas (amorevole partner di K), Sylvia Hoeks (odiosa antagonista sintetica), Mackenzie Davis (controtipo della sensuale Pris), Carla Juri (solitaria creatrice di ricordi), Hiam Abbass (misteriosa figura abitante i bassifondi) e Robin Wright (granitico tenente di polizia) vanno a comporre un cast di supporto tutto al femminile che riconferma la grande importanza e potenza del ruolo della donna nel cinema contemporaneo.

 

Trascendente e immenso, Blade Runner 2049 non è certamente “più capolavoro del capolavoro” (semmai il suo replicante) di cui esalta il virtuosismo attraverso un’ammaliante fotografia, più unica che rara, e una narrazione stratificata su più livelli, come pieghe di carta a comporre un origami, espandendo l’opera di Philip K. Dick a cui Hampton Fancher e Michael Green rendono forse più giustizia. Denis Villeneuve, con coraggio e maestria registica, riesce nella difficile impresa di realizzare il “sequel impossibile” in cui il quesito esistenziale del personaggio cardine (il Rick Deckard di Harrison Ford) rimane giustamente indefinito, continuando a dipendere dalla chiave di lettura che gli si vuole attribuire, mentre è disvelata (e più volte messa in discussione) la complessa natura del protagonista (l’agente K di Ryan Gosling), annullando, di fatto, la carica di ambiguità che definisce così brillantemente il prototipo originale. Blade Runner 2049 detiene l’anima del cyberpunk. Un’anima metallica, fredda e senza speranza, se non per un ritrovato rapporto che porta calore umano in un amaro finale che ci lascia con una domanda a cui è arduo rispondere: “un colpo di genio o forse una cattiva digestione?”.


2022: Black Out (2017)

★ ★ ★ ★ ★  |  ALESSANDRO PIN



Recensione

Los Angeles, 2022. Il talento di Shinichirô Watanabe, creatore del capolavoro Cowboy Bebop, è fuori discussione. Un artista geniale che, al servizio di una storia complessa e atmosfere affascinanti (il contesto di Blade Runner è congeniale allo scopo), riesce a raccontare il gap cronologico più importante: la fine dei Nexus 6 e l’avvento dei Nexus 8. L’umanità vede nella durata di vita “naturale” del nuovo modello una minaccia alla propria sopravvivenza che scatena conflitti e disordini. Inizia una caccia spietata senza precedenti nei confronti dei replicanti: una vera e propria inquisizione dove il Blade Runner è giudice, giuria e carnefice.

 

Sorprende vedere una colonia extra-mondo, Collampa, scenario di una cruenta battaglia di cui il replicante Iggy è reduce. Il protagonista persegue una personale vendetta contro il genere umano, per mezzo di un impulso elettromagnetico che disattiva ogni tecnologia a livello mondiale. Per compiere la sua missione, Iggy è aiutato da Trixie e Ren, due innamorati che conferiscono alla narrazione un risvolto sociologico interessante e approfondisce, attraverso poche righe di dialogo, il rapporto uomo/macchina. I replicanti non sono meri pezzi di carne, ma posseggono un’anima, difendono la loro esistenza e si impongono per la prima volta con dirompenza ed efferatezza agli occhi del mondo, combattendo una battaglia che li porta a trionfare su un bene più grande.

 

Lo standard grafico è elevatissimo. Le scenografie sono perfettamente ricreate e ammalianti sono gli scorci dell’iconica Los Angeles notturna. L’animazione è costellata di dettagli incredibili ed elementi che richiamano il capolavoro di Ridley Scott: la colomba che segna la fine e il nuovo inizio, l’occhio di Iggy (specchio dell’anima e trofeo di guerra e memoria visiva di ciò che ha perduto), la presenza di Gaff, cacciatore di replicanti che senza Deckard nulla può contro questi avanzatissimi modelli che anelano a vivere un’esistenza liberi da catene, in un mondo che li accetti senza compromessi; in un mondo piegato in ginocchio da un black-out apocalittico e punitivo; in un mondo privato dei suoi angeli.


2048: Nessuna via di fuga (2017)

★ ★ ★ ★ ★  |  ALESSANDRO PIN



Recensione

Los Angeles, 2048. Sapper Morton (bravissimo Dave Bautista che ha finalmente l’occasione di interpretare un personaggio complesso e drammatico) è un replicante massiccio (il controtipo di Leon) che si risveglia confuso e terrorizzato in una stanza di un malfamato motel dei bassifondi. L’aspetto, la postura, la camminata tradiscono la sua natura, quella di un uomo in fuga che vaga sperduto tra i meandri oscuri di una popolosa Los Angeles. Le atmosfere richiamano in modo pedissequo, quasi maniacale, quelle di Blade Runner. Il replicante mostra un libro all’amica Ella (Gaia Ottman), una ragazza che vive per strada: Il potere e la gloria di Graham Greene, chiaro riferimento al dilemma morale del replicante, in fuga dalla persecuzione. Sapper, di ritorno dal mercato, vede dei malviventi che stanno molestando la ragazza e sua madre (Orion Ben); ha luogo un cruento scontro, ove si percepisce come la violenza sia parte integrante della sua natura di “golem”, insensibile persino dopo aver ricevuto un duro e doloroso fendente. Per i passanti è chiaro fin da subito che Sapper sia in realtà un replicante e questi, ormai smascherato dalla ragazza nei cui occhi traspare autentico terrore, fugge dalla scena: un diverso, un emarginato sociale, una creatura figlia del dio della biomeccanica. Luke Scott dirige un corto profondo, ricco di dettagli, che potrebbe essere a sé stante, slegato dal mondo di Blade Runner o dal concetto stesso di “replicante”. Una piccola perla che potrebbe anche non appartenere al filone cyberpunk, ma essere nella sua purezza e semplicità meravigliosamente distopica.


2036: Le origini del Nexus (2017)

★ ★ ★ ★ ☆  |  ALESSANDRO PIN



Recensione

Los Angeles, 2036. Niander Wallace (un superlativo Jared Leto), l’erede spirituale di Eldon Tyrell, geniale creatore di replicanti, è invitato dai magistrati a presenziare a un conciliabolo. La Terra sta morendo e l’umanità si avvia verso la fine. Questa è la realtà che Wallace disvela con grande naturalezza e semplicità. La soluzione alla prosperità dell’essere umano si cela nella sua creazione: un “angelo” bio-meccanico che obbedisce a qualsiasi ordine e discerne il bene dal male. I nuovi replicanti non sono più “ingestibili” dalla Corporazione, ma ripongono cieca fedeltà verso il loro padrone. Le leggi asimoviane sembrano fare capolino, mentre Wallace impartisce un crudele ordine di fronte agli sbigottiti magistrati. Un corto diretto da Luke Scott, figlio di Sir Ridley, che, in un’atmosfera sinistra e oscura, mostra con coraggio l’eredità lasciata da Blade Runner, dalla prospettiva di un misterioso e oscuro inventore: un nuovo creatore che siede alla destra del dio della biomeccanica.


Scheda

Blade Runner 2049

TITOLO ORIGINALE
Blade Runner 2049

PRODUZIONE

Broderick Johnson, Andrew A. Kosove, Cynthia Sikes Yorkin, Bud Yorkin

REGIA
Denis Villeneuve

SCENEGGIATURA
Hampton Fancher, Michael Green

STORIA
Hampton Fancher

SOGGETTO
Philip K. Dick

CAST
Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, Dave Bautista, Jared Leto

COLONNA SONORA

Benjamin Wallfisch, Hans Zimmer

FOTOGRAFIA
Roger A. Deakins

MONTAGGIO
Joe Walker

SCENOGRAFIA
Dennis Gassner, Alessandra Querzola

COSTUMI
Renée April

2022: Black Out

TITOLO ORIGINALE
2022: Black Out

PRODUZIONE

Joseph Chou, Al-Francis Cuenca, Shun Kashima, Nobuhiro Takenaka

REGIA

Shinichirô Watanabe

SCENEGGIATURA

Shinichirô Watanabe

CAST

Jovan Jackson, Luci Christian, Bryson Bauguss, Edward James Olmos

COLONNA SONORA

Flying Lotus

FOTOGRAFIA

Shinichiro Eto

MONTAGGIO

Kiyoshi Hirose

SCENOGRAFIA

Joey Goubeaud, Yuji Kaneko

2048: Nessuna via di fuga

TITOLO ORIGINALE
2048: Nowhere to Run

REGIA

Luke Scott

SCENEGGIATURA

Hampton Fancher, Michael Green, Luke Scott

CAST

Dave Bautista, Gerard Miller, Bijan Daneshmand, Gaia Ottman, Orion Ben

FOTOGRAFIA

Pierre Gill

SCENOGRAFIA

Tom Pataki

2036: Le origini del Nexus

TITOLO ORIGINALE
2036: Nexus Dawn

REGIA

Luke Scott

SCENEGGIATURA

Hampton Fancher, Michael Green

STORIA

Brian A. Alexander

CAST

Jared Leto, Benedict Wong, Ned Dennehy, Ade Sapara, Ania Marson, Set Sjöstrand

COLONNA SONORA

Blitz//Berlin

FOTOGRAFIA

Pierre Gill

SCENOGRAFIA

Tom Pataki


Scrivi commento

Commenti: 0