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Downton Abbey (2019)

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DOWNTON ABBEY | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

1927. Buckingham Palace informa Robert e Cora Crawley, conte e contessa di Grantham, che il re Giorgio V e la regina Maria soggiorneranno per una notta a Downton Abbey, durante un tour reale attraverso il paese.

 

Gli abitanti di Downton sono febbricitanti all’idea di poter servire la famiglia reale; tuttavia, l’entusiasmo svanisce all’arrivo dell’entourage reale che si impone nell’organizzazione dei preparativi. Il signor Barrow, maggiordomo di Downton Abbey, la governante Hughes, la cuoca Patmore, il valletto Bates e la moglie Anna, capo cameriera, e Daisy, giovane e vivace sguattera di cucina corteggiata dal geloso Andy, aiuto cameriere, devono, per la prima volta, farsi da parte. Tra tutti, il più eccitato è il signor Mosley che, diventato insegnante, torna a servire a Downton Abbey, ma non è l’unico: lady Mary Talbot, figlia maggiore dei Crawley e sovrintendente ai preparativi, vede che Burrow non è all’altezza del compito e, così, corre a chiedere aiuto a Carson, ex maggiordomo, ora in pensione e sposato con la signora Hughes, per chiedere di tornare a Downton Abbey, per un’ultima volta. La servitù è determinata a riprendere il posto che le spetta, architettando un piano che possa mettere “in dispensa” l’entourage reale.

 

L’arrivo del Re e la Regina porta scompiglio anche tra i membri della signoria. Violet Crawley, contessa madre di Grantham, è turbata da un fatto sconcertante: lady Bagshaw, cugina del defunto padre di Robert, farà parte della corte reale in visita a Downton come dama di compagnia della regina Maria. Violet è determinata a lottare per stabilire, una volta per tutte, l’eredità di famiglia. Oltre a lady Mary, anche la sorella lady Edith Pelham deve fare i conti con difficoltà organizzative, ma di altra natura: Bertie, il marito e marchese di Hussex, deve accompagnare il Principe di Galles in un tour in Africa; una notizia che scombina i piani della giovane Edith che si rende conto di quanto possa essere difficile e solitaria la vita aristocratica.

 

Un pizzico di mistero è aggiunto alla vicenda, quando a Downton giunge un uomo, di losche intenzioni, che cerca l’irlandese Tom Branson, vedovo della figlia minore dei Crawley, che presume l’uomo essere un investigatore che valuti la sicurezza per la visita reale; ma, in realtà, ha ben altre intenzioni. Mentre la visita procede, Tom conosce Lucy Smith, la cameriera di lady Bagshaw, da cui nasce una profonda amicizia, e la sua natura irlandese gli sarà più di aiuto che di ostacolo nelle complesse dinamiche dell’alta società inglese. In tutto questo, un ladro si aggira nei meandri del castello di Downton, mentre il povero Burrow, invaghito del valletto reale, si avventura in un locale per omosessuali tenuto sotto sorveglianza dalla polizia. Un’avventatezza che potrebbe costargli cara.

 

Tante storie si intrecciano e si diramano, ma tutte convergono a Downton Abbey; tra mura e vetrate tirate a lucido, situazioni imbarazzanti, giochi di potere e il consolidamento di bellissimi rapporti di amore e amicizia, il tempo a Downton sembra fermarsi; tuttavia, attraverso l’affascinante e immota bellezza, la storia va avanti e la famiglia Crawley deve fare i conti con la realtà che la circonda. Lord Grantham vede il patrimonio assottigliarsi, poiché lo sfarzo, sfamare i domestici e i fittavoli che lavorano strenuamente per il mantenimento della famiglia Crawley, ha un costo. Robert si è visto costretto a cambiare il modo di amministrare la regale tenuta, affidandola alle cure della figlia lady Mary che si trova, suo malgrado, legata alle tradizioni.

 

La serie di Downton Abbey e del film in oggetto, una bellissima chiosa finale, è in questo preciso senso l’anamnesi di un tempo perduto, sorretta e consolidata da una sceneggiatura magnifica; gli elementi di forza sono un’impeccabile regia che rapisce lo spettatore con sofisticata semplicità, prestazioni attoriali “made in England” di massimo livello, un’ambientazione storica ricostruita nei minimi particolari, una bellissima location (Highclere Castle è immersa nelle splendide campagne inglesi) e, soprattutto, il contesto: uno spaccato fondamentale della società britannica tra il 1912 e la fine degli anni Venti che analizza la crisi della Prima Guerra Mondiale che ha mutato radicalmente l’Occidente, intaccando la struttura di quell’antica società, rigidamente divisa, dove gli aristocratici non sono persone malvagie e sadiche, bensì uomini e donne dotati di intelligenza e cultura, fondamentalmente ammirevoli nei modi virtuosi, nell’educazione e nel rapporto con le classi subalterne, da cui ne è conseguito un ridimensionamento del potere delle signorie e ciò che rappresentano. I mutamenti economici e sociali, dovuti a un’impennata della mobilità sociale, un’apertura politica verso il socialismo, una maggior attenzione alle condizioni delle donne e dei poveri e l’aumento delle opportunità economiche come risultato della rivoluzione industriale, hanno portano le classi sociali meno abbienti, fino ad allora sfruttate, a ottenere maggiori privilegi.

 

Non necessariamente la netta divisione tra l’“upper class” dell'aristocrazia e la “working class” dei lavoratori, tra il mondo “upstairs” e quello “downstairs”, è un ostacolo per entrambe. A unire queste due intrecciate “realtà” sociali, dove una non può esistere senza l’altra, vi è il maggiordomo Carson: di umili origini, eppur uno dei personaggi più conservatori, integri e fedeli della serie, ripete come un mantra quanto l’innovazione possa portare al disfacimento e l’annientamento dei valori autentici della società inglese; tuttavia, moderno nel difendere la sua posizione, conscio dei suoi limiti e di ciò che, con doverosa reverenza, è destinato a fare, poiché uno dei migliori nel suo mestiere.

 

Nel personaggio principale, lord Robert Crawley, conte di Grantham, si intravedono lo splendore e i limiti dell’antica signoria: il Conte non riesce a trovare più collocazione in una società che sta cambiando troppo rapidamente. Brillantissimo diamante nel firmamento della serialità televisiva è il personaggio di lady Violet, icona splendida dell’antica aristocrazia inglese, non rappresentata come una mera “vecchia” spregevole e antipatica, ma una conservatrice, ancorata a tradizioni sì ormai in via di estinzione, ma ammirevole nell’onore che rende alla famiglia; una guida sì granitica e austera, ma incredibilmente forte e machiavellica, con una supponenza così esageratamente “upper class” da essere incredibilmente simpatica e insostituibile. Seducente e magnifica, grazie anche alla superlativa interpretazione di dama Maggie Smith.

 

Downton Abbey pone saldamente il focus sulla definizione di una società basata su rigide modalità comportamentali, gerarchicamente divisa tra cittadini e nobiltà, che affonda le sue radici aristocratiche negli inviolabili legami di parentela; Julian Fellowes ne fa il punto di massima forza, che potrebbe essere barbaramente ed erroneamente inteso come al limite della soap-opera, attraverso il geniale intreccio delle vite dei personaggi che si snoda tra le due classi sociali: la famiglia Crawley e i domestici di Downton Abbey. Ciò che rende Downton Abbey così intrigante, quasi fuori dal tempo, tra amori, dolori, gioie, dispiaci e tragedie, sono la cavalleria, le buone maniere e la cortesia proprie di costumi appartenuti a un patrimonio culturale e antropologico ormai purtroppo estinto, fatto di valori veri; dove ogni piccolo gesto era riconosciuto e il lavoro ricompensato in funzione della fatica e dedizione riservata, se visto da occhio regale attento e vigile e, in rari casi, con cuore empatico e caritatevole. Fulgido esempio è rappresentato da lady Isobel Crawley, consuocera di Robert, che è, proprio per sua filantropica natura, in eterno conflitto con lady Violet con cui stringe un’amicizia dal sapore unico: due volti ben distinti della nobiltà dell’epoca, ma affacciati sullo stesso scenario.

 

Downton Abbey è un affresco in costume di un periodo storico già esplorato in altre opere di genere, come il precursore Gosford Park di Robert Altman, scritto sempre da Julian Fellowes, o Quel che resta del giorno, il capolavoro di James Ivory. Una visione, nella sua immaginifica interezza, di un mondo pre-moderno difettato, ma in egual modo bello e affascinante, ricostruito con incredibile realismo scenico. Un period drama di stampo formale, elegante, raffinato, magnificente e regale, condito con il tipico humor inglese. Vicinissimo alla perfezione.

Alessandro Pin


SENTIERI DEL CINEMA

Scheda

TITOLO ORIGINALE

Downton Abbey

PRODUZIONE

Julian Fellowes, Gareth Neame, Liz Trubridge

REGIA

Michael Engler

SCENEGGIATURA

Julian Fellowes

CAST

Hugh Bonneville, Laura Carmichael, Jim Carter, Raquel Cassidy, Brendan Coyle, Michelle Dockery, Kevin Doyle, Michael C. Fox, Joanne Froggatt, Matthew Goode, Harry Hadden-Paton, Robert James-Collier, Allen Leech, Phyllis Logan, Elizabeth McGovern, Sophie McShera, Lesley Nicol, Maggie Smith, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Mark Addy, Max Brown, Stephen Campbell, Richenda Carey, David Haig, Andrew Havill, Geraldine James, Simon Jones, Susan Lynch, Tuppence Middleton, Kate Phillips, Douglas Reith

COLONNA SONORA

John Lunn

FOTOGRAFIA

Ben Smithard

MONTAGGIO

Mark Day

SCENOGRAFIA

Donal Woods

COSTUMI

Anna Robbins


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