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First Man – Il primo uomo (2018)

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FIRST MAN - IL PRIMO UOMO | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

20 luglio 1969. Neil Armstrong compie una delle imprese più importanti della Storia. Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità. Una conquista che spalanca i portelli su orizzonti inesplorati prima considerati inaccessibili. Inviolabili. Gli Americani, spronati dalla gara spaziale contro i sovietici, lasciano così un’impronta indelebile sul suolo lunare, un solco sul cuore del mondo.

 

Neil, futuro primo uomo sulla Luna, e i suoi colleghi del programma Apollo 11, chiusi in tute spaziali e cinti in stretti sedili, aspettano che si esaurisca il countdown e siano proiettati nello spazio per giungere là, dove nessun uomo è mai giunto prima. Paura. Terrore. Desiderio. Bellezza. Oscurità. Silenzio. Pace. Immensità. Un’escalation di emozioni rappresentato da un tracciato che, come una “semplice” linea retta su una lavagna, porta da un punto A (la Terra) ad un punto B (la Luna). Dietro il casco ermetico si cela il volto umano con sguardo trasognato, perso, vacuo, ma attento, di un ingegnere aerospaziale, da cui la vita ha preteso tanto prima di permettergli di pilotare “quella” navicella; impegnato a far funzionare complesse strumentazioni che possano portare l’essere umano lontano, è consapevole che la riuscita della missione (che prosegue su un’orbita sovrascritta alla parabola della sua esistenza) dipende dalla conoscenza e padronanza della visionaria tecnologia. Un piccolo errore (basterebbero una semplice vite allentata o un cavo di rame scoperto) porterebbe, molto probabilmente, alla morte.

 

Neil è un abile aviere collaudatore che, come Charles Elwood “Chuck” Yeager (ricordando Uomini veri del 1983 di Philip Kaufman), dedica la sua vita a una gloriosa impresa. Angosciato per la perdita della figlia, nasconde il suo dolore dietro un atteggiamento distaccato e malinconico; è costantemente assorto nei suoi pensieri. La moglie Janet è preoccupata; teme che il marito non sia abbastanza lucido e cosciente del fatto che il programma spaziale possa sottrargli la sua umanità e strapparlo alla vita. A lei. Alla famiglia. Vive nell’ansia la quotidianità: la vediamo badare ai figli, confrontarsi con l’amica Pat, moglie di Ed White, collega di Neil, far visita alla NASA per non rimanere all’oscuro sulle sorti del marito durante gli anni delle missioni Gemini e le prime missioni Apollo, ove i piloti perdono la vita in incidenti di collaudo. Una tortura emotiva.

 

Neil ha padronanza di equazioni piuttosto che emozioni (la performance intima e interiorizzata di Ryan Gosling lo rende perfetto nel ruolo). La componente emotiva è lasciata a Claire Foy. Da una parte vi è un uomo pervaso da una calma psicologica fuori dal comune necessaria per compiere l’impresa, un sangue freddo che scorre come un fiume in piena nella vita, portando in superficie il fantasma della figlia perduta; dall’altra l’amore di una moglie che travalica l’importanza di lasciare un segno nella storia. Coraggio o desiderio di morte? Il regista Damien Chazelle e lo sceneggiatore Josh Singer portano alla luce emozioni sepolte e suggeriscono che potrebbe non esserci molta differenza e, se ci fosse, gli astronauti non sarebbero le persone giuste a spiegarla, poiché addestrati a soffocare i sentimenti.

 

First Man non vuole essere un film storico, non descrive l’impresa nel dettaglio, non mostra il conseguente risvolto socio-politico, non indaga le macchinazioni governative, ma racconta, con cuore grande verso il cinema d’autore, l’uomo che sta dietro l’impresa. Damien Chazelle e Josh Singer inseriscono nell’epica composizione note di disagio proprie della società americana in piena Guerra Fredda: il punto di vista degli Afroamericani nei confronti delle missioni spaziali, sentori di una costante inquietudine nazionale evidente dalle conversazioni, le immagini televisive, le allusioni all’orrore del Vietnam e le proteste sociali; mentre gli astronauti reclamano i riflettori, come il burbero e presuntuoso Buzz Aldrin (un bravo Corey Stoll). Un realismo straordinario.

 

Quasi mai la camera abbandona l’abitacolo. Le inquadrature vertiginose vogliono dimostrare la difficoltà di concentrazione, l’elaborazione di complesse equazioni e tecniche operative che, insieme a frastuoni e sibili metallici, scuotono ed erompono nel silenzio dello spazio. First Man è un’esperienza sensoriale ed emotiva terrificante e grandiosa, intima e personale, che va oltre Apollo 13 del 1995 di Ron Howard, ove l’obiettivo Luna è mancato e il patriottismo incarnato nel personaggio di Eugene F. Kranz (magistralmente impersonato da Ed Harris) è da Damien Chazelle volutamente eclissato.

 

Davanti a un’imponente tela nera, il giovane regista Damien Chazelle, reduce dallo sgargiante melodramma La La Land, infonde colore in un uomo il cui calore, passione e amore per la vita sono raffreddati da demoni interiori; non si sofferma a documentare l’impresa del primo allunaggio, né il suo perché, ma pone il focus, con la semplicità e naturalezza disarmanti di un cineasta consumato, su chi la compie; non indugia, ma va dritto all’obiettivo, mostrando le pressioni che Neil Armstrong e la sua famiglia affrontano a causa del lutto e del lavoro pericoloso. La morte incombe costantemente, reclamando le vite dei colleghi che si sacrificano in nome della Storia, mentre Neil piange, si dispera, interiorizza. Affronta il viaggio. Fino a seppellire (e liberare) il ricordo della figlia sul suolo lunare. Un quadro di rara bellezza. Raffinato ed elegante. Commovente e poetico.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE

First Man

PRODUZIONE

Marty Bowen, Damien Chazelle, Wyck Godfrey, Isaac Klausner

REGIA 

Damien Chazelle

SCENEGGIATURA

Josh Singer

SOGGETTO

James R. Hansen

CAST

Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Kyle Chandler, Corey Stoll, Ciarán Hinds, Christopher Abbott

COLONNA SONORA

Justin Hurwitz

FOTOGRAFIA

Linus Sandgren

MONTAGGIO

Tom Cross

SCENOGRAFIA

Nathan Crowley, Randi Hokett, Kathy Lucas

COSTUMI

Mary Zophres


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