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Joker (2019)

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JOKER | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Joker, partorito dalla mente di Bill Finger, Bob Kane e Jerry Robinson, ha fatto il suo debutto nel 1940 come arcinemico del supereroe Batman, diventando nel tempo uno dei più famosi supercriminali del mondo dei fumetti e uno dei più affascinanti, merito della sua beffarda e imprevedibile natura. Joker è travestito da clown, una maschera che può fuorviare, poiché in realtà cela una personalità psicologicamente instabile, volubile, dal passato misterioso. Un personaggio definito, e più volte reinterpretato come giocherellone o terrificante, in modo conturbante. Magnetico e allucinante.

LA RISONANZA CON IL JOKER DI JACK NICHOLSON

Tim Burton, con Batman (1989), porta in scena il villain con il volto di Jack Nicholson. Il suo Joker ricorda quello televisivo di Cesar Romero; tuttavia, risulta essere più incisivo ed efficace. Dannatamente oscuro. Semplicemente iconico. Un gangster dandy, artistico e poetico, che fa degli scherzi, la risata e il veleno le sue mortali armi. Un imperatore del crimine che siede su un carro di palloncini in movimento, ballando con irruenza, per le strade di una Gotham fumosa, gotica e povera; fredde fondamenta su cui Todd Phillips costruisce la sua Gotham, in un contesto sociale tangibile, concreto, vissuto e, monito più importante, che si vive tutt’ora. Autentico. In Joker, attraverso la livida fotografia di Lawrence Sher che regala splendidi e splendenti scorci di una cruda realtà newyorkese, è rappresentata alla perfezione una Gotham svuotata di speranza, i cui abitanti sono dimenticati, stipati in antri bui di luride e sudice strade invase dai ratti che dilagano come un’infezione.

 

La fascinosa bellezza del Joker di Jack Nicholson risiede nella sua origine altolocata: non un criminale da strada, come il Joker di Joaquin Phoenix che proviene dai bassifondi, ma un boss sadico e vendicativo che, dopo un tuffo nell’acido, cambia pelle e resta deturpato in volto da un ghigno luciferino. La trasfigurazione di Jack Napier è mostrata nella sua interezza e non solo: elemento fondamentale che chiude il cerchio sul personaggio è che Jack ha “generato” il suo avversario. È lui a uccidere i genitori di Bruce, dando origine alla catena di eventi che porteranno il traumatizzato giovane di casa Wayne a indossare il mantello e trasformarsi nell’uomo pipistrello. Un breve, ma fondamentale, contatto con la sua futura nemesi; un contatto che, in Joker, affonda le sue radici ancor più in profondità, nel senso stesso di famiglia e sul significato di sentirsi esclusi, scomodi, scartati. Il Joker di Joaquin Phoenix non solo origina, seppur indirettamente, la sua futura nemesi, ma da ciò ne trae vigore e forza, dandogli un “potere” incommensurabile: la popolarità.

LA RISONANZA CON IL JOKER DI HEATH LEDGER

Christopher Nolan, con Il cavaliere oscuro (2008), inaugura non solo un capostipite di genere, ma dà un volto affranto al personaggio e molteplici origini: non è data sapere la vita del devastante e devastato clown prima di diventare Joker, non si conosce il suo vero nome e nulla sulla sua vita. Un pagliaccio da circo, un criminale, un uomo d’affari, il Joker di Heath Ledger è tutte e nessuna di queste identità. Un essere imprevedibile che gioca con l’entropia che regola la società e i sentimenti delle persone, mettendole le une contro le altre. In modo caotico, come un elemento instabile e destabilizzante, Joker intacca la corazza in kevlar del granitico eroe che, da paladino, è costretto a diventare, agli occhi del popolo, un criminale di una Gotham che perde fiducia nel suo vigilante mascherato; una Gotham corrotta, senza più eroi, annientata. In Joker, questo senso di disagio sociale e popolare è trasmesso in modo ancor più massacrante, come un colpo di pistola inferto allo stomaco. Il Joker di Joaquin Phoenix subisce, anziché proiettare, questo stato d’animo; una condizione umiliante, ma infine sconfitta, indotta da concenti delusioni nei confronti di chi lo ha offeso e tradito: i genitori, il frontman del talk show che pone con ammirazione a modello da emulare, gli amici del cabaret, la società stessa.

LA RISONANZA CON IL JOKER DI JARED LETO

David Ayer, con Suicide Squad (2016), gioca la carta del Jolly. L’acerrimo nemico di Batman approda nel novello (e confuso) universo esteso DC con il volto di Jared Leto. Un Joker psicopatico che ama infliggere dolore fisico, ma caratterizzato da un estro criminale già assaporato in fumetti e videogiochi. Innamorato di Harley Quinn, la psichiatra dell’Arkham Asylum, che battezza in un bagno di acido, il “Pudding” tatuato dispensa dolore e sorrisi metallizzati e spara pallottole in nome di un amore folle e scatenato. Proiettili e scagnozzi sono la sua principale arma, ma lo spazio narrativo a lui dedicato è troppo esiguo per farsi conoscere e diventare la nuova icona cinematografica del personaggio. Presto dimenticato.

 

Anche il Joker di Joaquin Phoenix è folle, ma la sua pazzia deriva da un trauma infantile mai risolto, un’origine così sofferente da farne un Joker che annulla ogni forma di rimorso verso le terribili gesta che compie, ma anela al tempo stesso glorificazione e ammirazione. Bisognoso di essere considerato. Una forma diversa di amore, per un “bene” superiore nei confronti della società.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX COME TRAVIS BICKLE PER LE NUOVE GENERAZIONI

Ecco giungere al Joker di Joaquin Phoenix che va oltre a essere una mera sintesi dei suoi predecessori. Diverse storie sono state fonte di ispirazione per le innumerevoli trasposizioni; tuttavia, Todd Phillips e il co-sceneggiatore Scott Silver rielaborano il personaggio, dedicandogli un background che ha origine da The Killing Joke (1988) di Alan Moore e si evolve in modo autonomo e inedito, entrando in risonanza anche con echi di iconici personaggi del cinema anni Ottanta.

 

Un perdente, un reietto, un rifiuto della società, masticato e risputato nei sobborghi; un aspirante cabarettista che veste la giubba e la faccia infarina, la cui precaria condizione mentale gli scatena agghiaccianti risate strozzate in gola, uniche, inconfondibili, anima selvaggia del suo decadimento: condizione aggravata da un senso di isolamento da un mondo opprimente e crudele. Misantropo mentalmente disturbato, Arthur Fleck è il perfetto enantiomero di Travis Bickle, il tassista notturno di Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese, interpretato da Robert De Niro che in Joker si ritaglia, straordinariamente, un magnifico ruolo da spalla: Murray Franklin, presentatore di un talk show (un Buster Friendly “importato” da Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, con tutte le interconnessioni del caso in merito non alla fede, ma alla fama mediatica), convince appieno e pone Arthur sotto la (cattiva) luce dei riflettori. Un ruolo che ne ricorda un altro interpretato da Robert De Niro: Rupert Pupkin in Re per una notte (1982), sempre di Martin Scorsese.

 

Ciò che colpisce dritto al cuore nella storia di Arthur Fleck è la sua discesa incontrastata e incontrastabile nei bassifondi dell’animo umano. Nel più sporco e maleodorante dei covi si ripara, in meandri oscuri della psiche, dopo aver versato il primo sangue, da cui ne fuoriesce, con rinnovata contezza, in forma mutata: una nivea farfalla con ali scarlatte. Un viaggio di formazione criminale in un mondo sudicio, suburbano, tentacolare, pericoloso, mortale, ove la grandezza di gesta eroiche di prodi supereroi, o semplicemente di primi cittadini in completo elegante, non sono neanche menzionate; anzi, addirittura stravolte. Coloro che sono sempre stati considerati paladini di Gotham, dall’animo puro e benevolo, sono visti sotto altra luce e, alla fine, meritevoli della loro (predestinata) fine, elevando l’oppresso emarginato a elemento stabile e stabilizzante su cui fondare un nuovo ordine di cose che elimini il divario tra i ricchi, chiusi in gigantesche regge e lussuosi teatri d’opera, e i poveri, sempre più miseri e abbandonati dalla società; come il povero Arthur che necessita di cure mediche e assistenza psicologica continuativa che gli sono sottratte, generando la spaccatura definitiva nella sua personalità.

 

Thomas Wayne figura come personaggio di contorno in Joker, ma di fondamentale importanza per capire la metamorfosi di Arthur. Thomas Wayne non è ucciso per mano di Joker, ma di un uomo mascherato da Joker, esempio brillante di come la società abbia deformato i suoi cittadini, privandoli dei loro bisogni fondamentali. La conseguenza è che il benefattore, filantropo, integerrimo, incorruttibile Thomas Wayne non è in realtà ciò che sembra, poiché architetto di una società distopica e avara, destinata ai ricchi, che gli si rivolta contro. La creatura che uccide il suo creatore. Una storia che esprime con cinismo l’intrinseca e primordiale natura dell’essere umano. Dal ferale atto di anarchica violenza, vicino ai corpi esanimi di due vittime colpevoli dei loro crimini contro il popolo, si erge un ragazzino solo e affranto. Una poetica chiosa, poiché dentro il seme marcio e malefico, piantato nei profondi meandri della società, si cela, dietro una maschera di vendetta che diverrà giustizia, la promessa di un fiore triste. Oscuro. Come chi l’ha fatto schiudere.

 

La carica drammaturgica, che fa tendere la parabola di Arthur Fleck all’asintoto della perfezione, è senza eguali, sia sul piano narrativo sia su quello artistico. Arthur va incontro gradualmente alla sua morte (e rinascita) interiore, per lasciare spazio alla controparte Joker nel quale si assimila completamente e dedica tutto se stesso, così come il suo interprete. Joaquin Phoenix è semplicemente divino e, nonostante l’inevitabile paragone con l’indimenticabile Heath Ledger, si è di fronte all’interpretazione più articolata e completa del ruolo: protagonista assoluto che danza con folle armonia nelle strade, mentre è in fuga dai poliziotti, e sul palcoscenico. Il miglior Joker di tutti i tempi.

 

Nota di merito per la colonna sonora della compositrice islandese Hildur Guðnadóttir che, con un’originalità fuori dal comune, attraverso basse tonalità e un inquietante uso di archi, esalta musicalmente il senso di decadenza psicofisica di Arthur; mentre, l’utilizzo di brani di repertorio, da Frank Sinatra a Fred Astair (così come i meravigliosi titoli di testa e di coda), rendono l’atmosfera nostalgica.

 

A conti fatti, Arthur Fleck è un membro qualunque della società, destinato a diventare grande, leggendario, un simbolo di anarchica libertà, che si rivolge verso le videocamere della ribalta per smascherare i potenti e spodestarli dal trono, con l’aiuto di folle impazzite, inneggianti con violenza contro i soprusi e le ingiustizie. Contro il sistema. Un vigilante rivoluzionario come V in V per Vendetta (1982) di Alan Moore. I sentimenti di Joker sono straordinariamente messi a nudo, attraverso l’effimera “storia d’amore” con Sophie Dumond, la ragazza madre della porta accanto, e il complesso (e complessato) rapporto con la madre Penny (una brava Frances Conroy) che dà vita al mostro; un mostro che in realtà mostro non è, poiché archetipo dell’essere umano, con tutte le sue fragilità e debolezze, che la società rigetta e fortifica con il male che genera.

 

Todd Phillips, illuminato dal grande cinema scorsesiano, narra la nascita e l’emancipazione dell’iconico villain con massima libertà e libidine creativa. Distante dalla definizione “commerciale” di cinecomic, Joker mostra il vero volto del dramma che affligge la collettività e l’individuo, attraverso una perfetta parabola populista che suscita un’angosciante sensazione di empatia verso il “ridente” protagonista: un Joker “popolare”, in quanto rappresentante del popolo, vittima di atti di bullismo, soprusi e ingiustizie inflitti da una società marcia e degenere, generatrice di mostri; una società che non perdona e contro cui è impossibile vincere, se non con la violenza; una società che annienta la speranza e non concede possibilità di redenzione, governata da abietti individui a cui nulla importa degli stolti cittadini; una società, specchio di quella reale, in cui le persone, mascherate da clown, portano disordini per le strade e accorrono per acclamare il re per una notte, la cui risata riecheggerà per sempre nella memoria. Unforgettable Masterpiece.

Alessandro Pin


SENTIERI DEL CINEMA

Scheda

TITOLO ORIGINALE

Joker

PRODUZIONE

Bradley Cooper, Todd Phillips, Emma Tillinger Koskoff

REGIA

Todd Phillips

SCENEGGIATURA

Todd Phillips, Scott Silver

CAST

Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Shea Whigham, Bill Camp

COLONNA SONORA

Hildur Guðnadóttir

FOTOGRAFIA

Lawrence Sher

MONTAGGIO

Jeff Groth

SCENOGRAFIA

Mark Friedberg, Kris Moran

COSTUMI

Mark Bridges


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Commenti: 1
  • #1

    Vinz (martedì, 15 ottobre 2019 20:34)

    Ottima recensione, concordo in tutto ed anzi mi ha aperto nuovi spunti di riflessione. Complimenti!