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King Arthur – Il potere della spada (2017)

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KING ARTHUR - IL POTERE DELLA SPADA | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO


Recensione

Il mito di Re Artù e della spada nella roccia è immortale. Nel 1981, John Boorman, con il suo Excalibur, dirige una rappresentazione carica di simbolismi, eroica e leggendaria, de Le Morte d’Arthur di Thomas Malory; nel 2004, Antoine Fuqua, con il suo King Arthur, immerge la leggenda in un bellico sfondo storico. Due esempi significativi, tra le innumerevoli trasposizioni, dai quali Guy Ritchie prende, purtroppo, largamente le distanze.

 

Il regista di Sherlock Holmes dà un taglio “alla Zach Snyder”, omaggiando 300, e strizza l’occhio alle avventure di Robin Hood. Artù è un ragazzone tutto muscoli assolutamente poco credibile: Guy Ritchie inquadra meno il volto e più il fisico scultoreo di Charlie Hunnam. Il tatuaggio da motociclista dei Sons of Anarchy è indelebile, così come la spacconeria e l’irriverenza che qui caratterizzano, con rammarico, il personaggio di Artù. Tutto fuorché regale.

 

La storia inizia con la morte della madre e del padre Uther Pendragon per mano di un demoniaco essere infuocato al termine dell’ultima battaglia tra Uomini e Maghi. L’incipit risente fortemente de Il Signore degli Anelli, ma scevro della cura visiva e scenica dell’opera di Peter Jackson: tra battaglie con pseudo-olifanti, pipistrelli e serpenti giganti sembra di essere sì in un mondo fantasy, ma poco ispirato e lontano dall’incanto di Avalon e il regno di Camelot. Una torre oscura non manca e la magia è più un superpotere che qualcosa di misterioso e ultraterreno.

 

Sembra di partecipare a un videogioco, di quelli neanche riusciti troppo bene. La spada Excalibur è semplicemente un artefatto di incredibile potere, donato dalla Dama del Lago alla famiglia Pendragon senza una precisa motivazione. Tutti gli elementi sono fortemente sbilanciati. Le sequenze d’azione sono esagerate, mentre quelle che servono alla spiegazione di astrusi “giochi di camera”, che dovrebbero rappresentare la parte pseudo-comica e approfondire il background dei personaggi, se funzionano in Sherlock Holmes qui risultano stucchevoli a dir poco.

 

Jude Law è Vortigern, spietato antagonista di shakesperiana memoria alla continua ricerca di maggior potere. Un re che sacrifica la propria famiglia per controllare potenti e oscure forze magiche che ha inspiegabilmente perso, arrivando a stringere un patto con mostruose creature. Superficiale e fin troppo scontato. In vece di Merlino, il mentore di Artù, c’è una maga che invia il protagonista in luoghi tetri e selvaggi (una veloce carrellata di fotogrammi che non trasmette alcuna emozione) per poter controllare il potere della spada prima dello scontro finale con Vortigern (realizzato interamente in una asintomatica computer grafica). Di insipida fattura.

 

King Arthur – Il potere della spada è un viaggio arido in terre perennemente oscure ove la trama, senza alcuno slancio, sprofonda in abissi lividi, freddi e inospitali.

Alessandro Pin



Scheda

TITOLO ORIGINALE

King Arthur: Legend of the Sword

PRODUZIONE

Steve Clark-Hall, Akiva Goldsman, Joby Harold, Guy Ritchie, Tory Tunnell, Lionel Wigram

REGIA

Guy Ritchie

SCENEGGIATURA

Joby Harold, Guy Ritchie, Lionel Wigram

STORIA

David Dobkin, Joby Harold

CAST

Charlie Hunnam, Astrid Bergès-Frisbey, Jude Law, Djimon Hounsou, Eric Bana, Aidan Gillen, Freddie Fox, Craig McGinlay, Tom Wu, Kingsley Ben-Adir, Neil Maskell, Annabelle Wallis

COLONNA SONORA

Daniel Pemberton

FOTOGRAFIA

John Mathieson

MONTAGGIO

James Herbert

SCENOGRAFIA

Gemma Jackson, Tina Jones

COSTUMI

Annie Symons


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