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Le vite degli altri (2006)

LE VITE DEGLI ALTRI | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO
🎬 SCHEDA

TITOLO ORIGINALE

Das Leben der Anderen

PRODUZIONE

Quirin Berg, Max Wiedemann

REGIA

Florian Henckel von Donnersmarck

SCENEGGIATURA

Florian Henckel von Donnersmarck

CAST

Martina Gedeck, Ulrich Mühe, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, Thomas Thieme, Hans-Uwe Bauer, Volkmar Kleinert, Matthias Brenner, Charly Hübner, Herbert Knaup

COLONNA SONORA

Stéphane Moucha, Gabriel Yared

FOTOGRAFIA

Hagen Bogdanski

MONTAGGIO

Patricia Rommel

SCENOGRAFIA

Silke Buhr, Frank Noack

COSTUMI

Gabriele Binder

🏆 RICONOSCIMENTI 1 ACADEMY AWARD (USA, 2007)

Miglior FILM STRANIERO

1 BAFTA AWARD (UK, 2007)

Miglior FILM NON IN LINGUA INGLESE

7 GERMAN FILM AWARDS (DE, 2007)

Miglior FILM, Miglior REGIA, Miglior FOTOGRAFIA, Miglior ATTORE PROTAGONISTA (Ulrich Mühe), Miglior ATTORE NON PROTAGONISTA (Ulrich Tukur), Miglior SCENOGRAFIA, Miglior SCENEGGIATURA ORIGINALE

🖋️ Recensione

Berlino Est, 1984. Georg Dreyman, drammaturgo di successo, diventa bersaglio di un’operazione di sorveglianza da parte della Stasi, il Ministero per la Sicurezza di Stato in Germania. Assegnato al caso, è il capitano Gerd Wiesler che, arroccato nella soffitta dell’appartamento di Dreyman, ascolta tutto ciò che accade; tuttavia, quando scopre che l’operazione non è motivata da questioni politiche, ma sessuali, Wiesler comincia a mettere in dubbio la sua lealtà al Partito.

 

Wiesler è un agente zelante ed esigente istruttore di agghiaccianti metodi di interrogatorio per l’estorsione di informazioni compromettenti la sicurezza del Partito: un automa spettrale, glaciale anche coi colleghi della Stasi, che fa dell’integrità la chiave nel portare a termine la sua missione; ciò che colpisce nella sua fredda caratterizzazione è come, dopo ogni conversazione intercettata nella casa di Dreyman, si venga a formare come una crepa nell’ideale socialista di Weisler che porta alla frattura della sua personalità, cambiandolo per sempre.

 

Gerd Wiesler ricorda Harry Caul di Gene Hackman ne La conversazione di Francis Ford Coppola; l’espressività di Ulrich Mühe è intensa e profonda, penetrante come quella di Mark Rylance ne Il ponte delle spie. Una sequenza chiave è quando Weisler è nell’ascensore del suo appartamento e un bambino entra insieme a lui per recuperare la sua palla; il bambino disvela, con bellissima ingenuità, ciò che il padre pensa della Stasi: una situazione di altissima suspense da cui si evince il cambiamento che sta avvenendo nel cuore di Weisler. Se gli scrittori sono gli “ingegneri dell’anima”, come dice l’alto funzionario del Partito che orchestra la distruzione di Dreyman per possedere la sua fidanzata, la talentuosa attrice Christa-Maria Sieland, Wiesler è il suo vampiro, poiché risucchia la passività degli agenti della Stasi e la tramuta in un’attività clandestina: la conversione da efficiente e distaccato “voyeur” a deus ex machina degli eventi è la vera anima della pellicola diretta da Florian Henckel von Donnersmarck: una lotta tra carriera e coscienza, tra ciò che è imposto e ciò che è giusto; una competizione che strazia nel profondo, fino alla poetica e commovente risoluzione.

 

La delusione di Dreyman nei confronti della promessa idealistica della Germania Est e così cocente da indurlo a scrivere in gran segreto un nuovo romanzo per denunciare i crescenti casi di suicidi da pubblicare nella Germania Ovest. Weisler scopre quanto Dreyman e i suoi collaborazionisti vogliono compiere; tuttavia, la benevolenza riscoperta del malvagio agente della Stasi cambia l’obiettivo dello “snooping”, che condannerebbe Dreyman, a intervento surrettizio: Weisler comincia a registrare record fittizi, mentre Dreyman diventa a tutti gli effetti un dissidente politico.

 

Il meccanismo narrativo, che ricorda i thriller di Alan J. Pakula, muove gli ingranaggi emotivi de La vita degli altri: la drammatizzazione di vivere in un regime totalitario lascia un senso di sgomento, per via delle conseguenze sociali imposte dalla censura sovietica; in un’altra sequenza chiave per capire tale realtà, un peone della Stasi inizia a raccontare ai suoi colleghi una battuta su un supervisore, senza accorgersi di essere ascoltato: lo sguardo sbalordito sul suo viso si dipinge di orrore quando il supervisore gli chiede nome, dipartimento e grado; tuttavia, il glaciale superiore scoppia improvvisamente in una sonora risata e rassicura il dipendente terrorizzato di trattarsi solo di uno scherzo, per scoprire, solo alla fine, che il pover’uomo sarà comunque degradato ai minimi livelli del sistema. Le vite degli altri opera un incredibile lavoro nel mostrare come la paranoia sia interiorizzata, come uno stato naturale per una società che vive giorno dopo giorno sotto l’attenta supervisione del Grande Fratello.

 

La paranoia infetta anche le relazioni più intime; i segreti che vanno via via accumulandosi tra Dreyman e Christa-Maria nascono dalla necessità; entrambi comprendono che mentire a se stessi e agli altri è parte vitale per la sopravvivenza in uno stato in cui qualcuno è sempre in ascolto. Una condizione insostenibile, come si evince dall’alto tasso di suicidi nel paese. Una delle ironie più crudeli della pellicola arriva in una scena di interrogatorio di massimo climax tra Wiesler e Christa-Maria: costretto dal sospettoso capo a condurre l’interrogatorio sull’attrice arrestata, Wiesler applica i suoi decantati metodi e la obbliga a ratificare contro Dreyman. Conscio che Christa-Maria non sarebbe più riuscita a vivere insieme al suo uomo e mosso da ritrovata fiducia nella sua nascosta bontà, sabotata dagli stessi metodi appresi dalla Stasi, Weisler decide di agire contro gli interessi del Partito.

 

Le vite degli altri è un rifiuto esplicito dell’ostalgie: un ceppo di nostalgia per i giorni della Stasi vissuta nella confusa idea di libertà dell’era post-unificazione; un promemoria degli orrori del passato, ma anche un ricordo delle paure del presente. Florian Henckel von Donnersmarck suggerisce che la perversità e il capriccio, più di ogni altra cosa, sono alla base della sensibilità autoritaria: il destino di Dreyman è definitivamente segnato quando un leader del Partito suggerisce a un agente della Stasi che c’è qualcosa di sospetto in lui; la sorveglianza ha così inizio, scaturita dalla mente perversa di alti funzionari.

 

Considerando il suo soggetto oscuro, il quadro di Florian Henckel von Donnersmarck, illuminato dalla plumbea fotografia di Hagen Bogdanski (il mondo grigio e triste della Germania Est è un soggetto anch’esso, tanto quanto le affascinanti figure che lo popolano) è sorprendentemente privo di misteri, nulla nasconde: il suo significato intrinseco è in primo piano, ben visibile, e la sua forma è eccelsa. Il “voyeurismo” è considerato come il soggetto e non il mezzo: la sorveglianza diventa il punto di accesso agli interrogatori sulla soggettività e le esplorazioni delle bugie che si nascondono sottopelle, o sotto travi di legno. Le vite degli altri è l’ambizioso e riuscitissimo tentativo di ritrarre la Stasi, la vita negli anni antecedenti la caduta del muro di Berlino nella Germania Est e il rapporto tra le due Germanie, attraverso la brillante caratterizzazione emotiva dei personaggi, interpretati in modo straordinario, una magistrale messinscena e una scrittura stratificata, elegante e complessa nella sua semplicità. Con un finale tra i più belli mai scritti.

📹 videopresentazione

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Articolo di Alessandro Pin

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