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Light of My Life (2019)

LIGHT OF MY LIFE | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO
🎬 SCHEDA

TITOLO ORIGINALE

Light of My Life

PRODUZIONE

John Powers Middleton, Teddy Schwarzman

REGIA

Casey Affleck

SCENEGGIATURA

Casey Affleck

CAST

Anna Pniowsky, Casey Affleck, Tom Bower, Elisabeth Moss, Hrothgar Mathews, Timothy Webber, Thelonius Serrell-Freed

COLONNA SONORA

Daniel Hart

FOTOGRAFIA

Adam Arkapaw

MONTAGGIO

Dody Dorn, Christopher Tellefsen

SCENOGRAFIA

Sara K. White, Zoe Jirik, Devynne Lauchner

COSTUMI

Malgosia Turzanska

🖋️ Recensione

In un futuro prossimo, un letale virus ha decimato la quasi totalità del genere femminile. Lontani dai centri abitati, padre e figlia si nascondono nei boschi del Midwest, in uno scenario post apocalittico. Rag possiede un “dono” biologico che le ha permesso di sopravvivere alla decimazione; cresciuta in una società che la vede come una risorsa, piuttosto che una persona, Rag ha come unico modello di riferimento il padre che la educa a vivere in un ambiente avverso, ostile, disumano; le poche comunità, sparse per il globo, possono essere per lei una salvezza o una minaccia; il padre, così, le insegna a diffidare del prossimo e condurre un’esistenza isolata, lontana dal contatto umano.

 

Rag impara a capire la sua condizione attraverso le storie, ascoltate spesso controvoglia, che il padre le racconta: di come la madre, dopo averla messa alla luce, si sia spenta, così come accaduto alle altre donne del pianeta. Non vi è salvezza per il genere umano, in un mondo ove sembra che il giudizio universale si sia abbattuto senza aver concesso all’umanità di rifugiarsi su un’arca per ricominciare, poiché privata della sua biologica metà.

 

Casey Affleck, all’esordio come regista, offre uno spaccato distopico di una situazione estrema. Ispirandosi a opere analoghe come The Road, Senza lasciare traccia e A Quiet Place, non apporta nulla di nuovo a un genere ormai ampiamente sviscerato. Dopo il sublime I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, difficile rimanere così affascinati da problematiche fanta-sociali che esplorino i bisogni dell’essere umano posto di fronte al problema della procreazione. Casey Affleck preferisce non indagare l’impatto del virus, e le conseguenze che ne derivano così come nella serie The Walking Dead, ma resta ancorato alla psicologia dei due protagonisti, attraverso l’esplorazione del loro particolare rapporto. Comprendere il senso della vita diventa meno importante della meta da raggiungere: una strada tortuosa, irta di pericoli e ricoperta di ostacoli che conduce a una destinazione ignota e non comprensibile, raggiunta a tentoni da un padre che, aiutato da qualche manuale ritrovato su come essere un buon genitore, lotta per trovare un luogo stabile e sicuro ove stabilirsi insieme alla figlia, tenuta sotto una campana di vetro, come fosse una rosa che, se colta, potrebbe appassire, ma anche rompere l’incantesimo e salvare l’umanità dall’estinzione. La strada di formazione e crescita come donna, porta Rag a invertire, alla fine, la sua parabola narrativa che rispecchia in modo inverso l’iperbole discendente che definisce la perdita di coraggio del padre, ormai allo stremo delle forze.

 

Light of My Life, citazione da Andromaca, una tragedia di Euripide, narra il singolare rapporto tra un padre e la figlia in un contesto distopico già assaporato, in modo più deciso, da altre opere analoghe. La narrazione è fossilizzata sul rapporto dei due protagonisti, senza esplorare il suo contesto, avvolto da una nebbia difficile da penetrare che, tuttavia, si dissipa gradualmente, ma con troppa lentezza. La prima pellicola diretta da Casey Affleck, nonostante l’ottima interpretazione dell’esordiente Anna Pniowsky, non convince, complice la presenza di numerosi dialoghi che rendono il ritmo altalenante; nonostante il poetico, ma amarissimo, finale.

📹 VIDEOPRESENTAZIONE


Articolo di Alessandro Pin

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