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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (2014)

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LO HOBBIT - LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Con La battaglia delle cinque armate, Peter Jackson conclude frettolosamente la trilogia de Lo Hobbit che ha conquistato il cuore dei tolkeniani con la splendida e sorprendente interpretazione di Martin Freeman e le rocambolesche avventure della simpatica combriccola di Nani.

 

La morte del drago Smaug è spettacolare ed evocativa: mentre il Governatore fugge, invano, con tutto l’oro che può trasportare, incurante del popolino e dei suoi lacchè, Bard lArciere recupera la Freccia nera e, armato di un arco di fortuna, grande coraggio e la volontà di compiere ciò che il suo antenato non fu in grado di fare, trafigge mortalmente il Drago. Lo scocco fatale va a segno grazie all’amore di un padre verso il figlio che gli fa (letteralmente) da spalla; commovente ed energico. Uno dei prologhi più intensi dellesalogia, insieme a quello de Il ritorno del re.

 

Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), protagonista indiscusso che oscura gli altri personaggi (come Bilbo e Gandalf), è affetto dalla Malattia del Drago: accecato dall’oro e acquisito il titolo di Re Sotto la Montagna, si rintana nella sua fortezza di pietra, isolato dagli amici e compagni che cercano invano di farlo ragionare. Il primo atto è splendido, realizzato con dialoghi molto efficaci che colpiscono al cuore. Vere chicche sono la presenza della mitica cotta di Mithril e la ghianda (da cui nasce proprio la quercia), simbolo di nuova vita che Thorin augura a Bilbo quando tornerà nei verdi pascoli erbosi della beneamata Contea.

 

L’attenzione riservata ai dettagli è ammirevole; tuttavia, sotto altri aspetti è addirittura superficiale, in primis la sottotrama di Dol Guldur. Tanto Peter Jackson ha dedicato al ritorno di Sauron nella Terra di Mezzo (da rendere necessaria la diluizione della storia in tre capitoli) che sembra incredibile come concluda in un’unica sequenza la mondazione di Dol Guldur ad opera del Bianco Consiglio: lo spettrale combattimento (simil-videogioco) che vede Elrond e Saruman alle prese con i Nove (la cui presenza è poco tangibile e non si percepisce come parte integrante dello scenario) e l’esorcismo sbrigativo e asintomatico del Negromante, effettuato da una Galadriel posseduta (graficamente orrenda, lontana dalla “trasformazione” ne La compagnia dell’anello), non lasciano spazio allo scontro psicologico.

 

Nella battaglia che imperversa nella Valle di Erebor, da un lato vi è l’esercito chiassoso dei Nani di Re Dáin Piediferro, bizzarro spaccone, dall’altro l’esercito degli Elfi di Re Thranduil, a cui si aggiungono le Aquile, lesercito dell’acerrimo nemico Azog e gli Orchi di Gundabad; uno scontro epico, ma poco appagante.

 

Dopo essere rinsavito su di un lago dorato, specchio della cupidigia di Smaug, Thorin e compagni erompono a passo di carica dai saloni di pietra, sotto l’accecante luce del sole (i colori sono saturi e i contrasti di luce fortissimi), per partecipare alla battaglia campale fuori le mura; tuttavia, quando sembra che la narrazione fili via liscia come una colata di oro fuso, verso un finale esplosivo, una fredda ombra cala sulla campo (e la sceneggiatura) nel momento in cui la scena si sposta dalla Valle di Erebor sulla sommità innevata di Colle Corvo.

 

Azog il Profanatore aspetta al varco Thorin, preparandogli una ferale trappola, mentre la battaglia prosegue senza più spettatori. Con Bilbo fuori gioco (del resto, anche nel romanzo perde i sensi), dello sparuto gruppo di Nani rimane solo Thorin a fronteggiare l’Orco pallido; lo scontro, purtroppo, impallidisce di fronte a quello tra Aragorn e Lurtz ne La compagnia dell’anello (incredibilmente più intenso). L’unica cosa che si percepisce è il clangore del metallo contro metallo. Meri effetti speciali. Azog è un cattivo piatto e monodimensionale e, dopo tre pellicole, stanca vederlo ancora alle prese con la distruzione personale di Thorin. La schermaglia (non si capisce chi sia più stupido tra Thorin e Azog), seppur culminante in un climax drammatico, tradisce le aspettative, secondo cui il duello avrebbe dovuto essere nel cuore del campo di battaglia (e dei tolkeniani). Il risultato è una diluita ed estenuante lotta senza mordente.

 

Stessa delusione (se non peggiore) è riservata allo scontro tra Legolas e Bolg. Premesso che l’inserimento di Legolas ne La desolazione di Smaug è un buon escamotage narrativo, oltre che un solido ponte tra le due trilogie, la presenza del figlio di Thranduil è qui ridondante e sottrae spazio a Beorn che avrebbe dovuto sferrare il colpo fatale contro Bolg. Le motivazioni del mutatore di pelle e la sua liberazione dalla prigionia a Dol Guldur restano, purtroppo, sconosciute. Spetta dunque ai Nani alzare il tiro e avvicendare lo spettatore: le sorti “obbligate” dei due Nani più giovani della compagnia (Fíli, vittima di una trappola, e Kíli che perisce davanti a una impotente Tauriel) aprono al dramma che si chiude con la morte di Thorin. Tauriel soffre di ingenuità caratteriale propria di una mancanza di vissuto: una teenager” ribelle che parla di amore allo pseudopadre Thranduil, considerandolo erroneamente scevro da sentimenti ed emozioni. Una disarmante fanciullezza.

 

Il ritorno a casa di Bilbo manca di alcune sequenze chiave (come il recupero del bottino dei Troll trovato in Un viaggio inaspettato); tuttavia, rivedere nuovamente Ian Holm nei panni dell’anziano Bilbo che chiude il cerchio iniziato ne La compagnia dell’anello è commovente e nostalgico. Peter Jackson trascura diversi elementi e molte situazioni sono lasciate in sospeso. La battaglia delle cinque armate è spaccato in due: un primo atto fatto di sequenze mozzafiato e dialoghi che vanno dritti al cuore e un secondo afflitto da scelte narrativamente senza senso e la mancata definizione di alcuni personaggi. Un capitolo conclusivo deludente che non rende giustizia, purtroppo, all’epopea della Terra di Mezzo.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE

The Hobbit: The Battle of the Five Armies

PRODUZIONE

Carolynne Cunningham, Peter Jackson, Fran Walsh, Zane Weiner

REGIA

Peter Jackson

SCENEGGIATURA

Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo del Toro

SOGGETTO

J.R.R. Tolkien

CAST

Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Stott, Graham McTavish, William Kircher, James Nesbitt, Stephen Hunter, Dean O’Gorman, Aidan Turner, John Callen, Peter Hambleton, Jed Brophy, Mark Hadlow, Adam Brown, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Lee Pace, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Ian Holm, Benedict Cumberbatch, Mikael Persbrandt, Sylvester McCoy, Luke Evans, Stephen Fry, Ryan Gage, Billy Connolly

COLONNA SONORA

Howard Shore

FOTOGRAFIA

Andrew Lesnie

MONTAGGIO

Jabez Olssen

SCENOGRAFIA

Dan Hennah, Mykyta Brazhnyk, Simon Bright, Ra Vincent

COSTUMI

Bob Buck, Ann Maskrey, Richard Taylor


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