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Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (2014)

★ ★ ★ ☆ ☆  |  ALESSANDRO PIN


LO HOBBIT - LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Con La battaglia delle cinque armate, Peter Jackson conclude frettolosamente la trilogia de Lo Hobbit che ha conquistato il cuore dei tolkeniani con la splendida e sorprendente interpretazione di Martin Freeman e le rocambolesche avventure della simpatica combriccola di Nani.

 

La morte del drago Smaug è spettacolare ed evocativa: mentre il Governatore fugge, invano, con tutto l’oro che può trasportare, incurante del popolino e dei suoi lacchè, Bard lArciere recupera la Freccia nera e, armato di un arco di fortuna, grande coraggio e la volontà di compiere ciò che il suo antenato non fu in grado di fare, trafigge mortalmente il Drago. Lo scocco fatale va a segno grazie all’amore di un padre verso il figlio che gli fa (letteralmente) da spalla; commovente ed energico. Uno dei prologhi più intensi dellesalogia, insieme a quello de Il ritorno del re. La breve sequenza (poco più di dieci minuti) avrebbe potuto trovare posto ne La desolazione di Smaug, ove il cliffhanger asservisce allo scopo: catapultare in medias res, con il Drago che incombe su Pontelagolungo, nel capitolo finale. Una scelta che evidenzia uno stile narrativo accelerato, estraneo allo stile jacksoniano (complice, probabilmente, il difficile processo produttivo).

 

Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), protagonista indiscusso che oscura personaggi del calibro di Bilbo e Gandalf (qui, più dispensatore di consigli che stregone), è affetto dalla Malattia del Drago: accecato dall’oro e acquisito il titolo di Re Sotto la Montagna, si rintana nella sua fortezza di pietra, isolato dagli amici e compagni che cercano invano di farlo ragionare. Questa parte è splendidamente realizzata con dialoghi molto efficaci che colpiscono nel segno. Vere chicche sono la presenza della mitica cotta di Mithril e la ghianda, simbolo di nuova vita che Thorin augura a Bilbo quando tornerà nei verdi pascoli erbosi della beneamata Contea (perfetta analogia, poiché dalla ghianda nasce proprio la quercia).

 

L’attenzione riservata ai dettagli è ammirevole; tuttavia, per altri aspetti è addirittura superficiale: in primis la sottotrama di Dol Guldur. Tanto Peter Jackson ha dedicato al ritorno di Sauron nella Terra di Mezzo (da rendere necessaria la diluizione della storia in tre capitoli), che sembra incredibile come concluda in un’unica sequenza la mondazione di Dol Guldur ad opera del Bianco Consiglio: lo spettrale combattimento (simil-videogioco) che vede Elrond (Hugo Weaving) e Saruman (Christopher Lee) alle prese con i Nove (la cui presenza è poco tangibile e non si precepisce come parte integrante dello scenario) e l’esorcismo sbrigativo e asintomatico del Negromante, effettuato da una Galadriel posseduta (Cate Blanchett) – graficamente orrenda, lontana dalla “trasformazione” ne La compagnia dell’anello –, non rendono al signore degli anelli. Uno scontro psicologico, maturo e profondo, meno action-oriented ed effimero, avrebbe suscitato maggior interesse, lasciando, magari, anche a Saruman l’occasione di conversare con Sauron, mettendo in gioco il Palantír, ridotto a inutile suppellettile sullo sfondo.

 

Nella battaglia che imperversa nella Valle di Erebor, da un lato vi è l’esercito chiassoso dei Nani di Re Dáin Piediferro (Billy Connolly), bizzarro spaccone, dall’altro l’esercito degli Elfi di Re Thranduil, a cui si aggiungono le Aquile portate in campo da Radagast il Bruno (Sylvester McCoy) e Beorn (Mikael Persbrandt), lesercito dell’acerrimo nemico Azog e gli Orchi di Gundabad; uno scontro epico, ma meno appagante di altri.

 

Dopo essere rinsavito, in una simbolica sequenza, su di un lago dorato, specchio della cupidigia di Smaug, Thorin e compagni erompono a passo di carica dai saloni di pietra, sotto l’accecante luce del sole (i colori sono saturi e i contrasti di luce fortissimi), per partecipare alla battaglia campale fuori le mura; tuttavia, quando sembra che la narrazione fili via liscia come una colata di oro fuso, verso un finale esplosivo, una fredda ombra cala sulla sceneggiatura nel momento in cui la scena si sposta dalla Valle di Erebor sulla sommità innevata di Colle Corvo.

 

Azog il Profanatore aspetta al varco Thorin, preparandogli una ferale trappola, mentre la battaglia prosegue senza più spettatori. Con Bilbo fuori gioco (del resto, anche nel romanzo perde i sensi), dello sparuto gruppo di Nani rimane solo Thorin a fronteggiare l’Orco pallido; lo scontro, purtroppo, impallidisce di fronte a quello tra Aragorn e Lurtz ne La compagnia dell’anello (fugace, ma incredibilmente più intenso). L’unica cosa che si percepisce è il clangore del metallo contro metallo. Meri effetti speciali. Azog è un cattivo piatto e monodimensionale e, dopo tre pellicole, stanca vederlo ancora alle prese con la distruzione personale di Thorin. La schermaglia (non si capisce chi sia più stupido tra Thorin e Azog), seppur culminante in un climax drammatico, tradisce le aspettative, secondo cui il duello avrebbe dovuto essere nel cuore del campo di battaglia (e dei tolkeniani). Il risultato è una diluita ed estenuante lotta senza mordente.

 

Stessa delusione (se non peggiore) è riservata allo scontro tra Legolas e Bolg. Premesso che l’inserimento di Legolas ne La desolazione di Smaug è un buon escamotage narrativo, oltre che un solido ponte tra le due trilogie, la presenza del figlio di Thranduil è qui ridondante e sottrae spazio a Beorn che avrebbe dovuto sferrare il colpo fatale contro Bolg. Le motivazioni del mutatore di pelle e la sua liberazione dalla prigionia a Dol Guldur restano, purtroppo, sconosciute. Spetta dunque ai Nani alzare il tiro e avvicendare lo spettatore: le sorti “obbligate” dei due Nani più giovani della compagnia (Fíli, vittima di una trappola, e Kíli che perisce davanti a una impotente Tauriel) aprono al dramma che si chiude con la morte di Thorin. Tauriel (Evangeline Lilly) soffre di ingenuità caratteriale propria di una mancanza di vissuto: una teenager” ribelle che parla di amore allo pseudo-padre Thranduil, considerandolo scevro da sentimenti ed emozioni, quando invece è proprio lamore che lha trasformato in un algido regnante isolazionista. Una disarmante fanciullezza. Tra tutti i personaggi, ne esce vincitore proprio Thranduil (Lee Pace) che si merita il plauso per la miglior caratterizzazione (insieme a Bard).

 

Peter Jackson trascura troppi elementi e molte sono le situazioni lasciate in sospeso; mentre il ritorno a casa di Bilbo è ben realizzato, ma manca la scena del recupero del bottino dei Troll trovato in Un viaggio inaspettato (una lacuna incomprensibile). Commovente è rivedere nuovamente Ian Holm nei panni dell’anziano Bilbo che chiude il cerchio iniziato ne La compagnia dell’anello. Tra sequenze mozzafiato, dialoghi che vanno dritti al cuore, scelte narrativamente discutibili e la mancata caratterizzazione di alcuni personaggi, non è possibile promuovere a pieni voti il capitolo conclusivo dellesalogia della Terra di Mezzo.


edizioni estese

La politica dietro la pubblicazione delle Edizioni Estese della trilogia de Lo Hobbit è puramente commerciale. In Un viaggio inaspettato, il minutaggio aggiunto è esiguo e a tratti efficace (come le conversazioni tra Elrond e Gandlaf), mentre è ampliato il repertorio di canzonette. La desolazione di Smaug offre, invece, unintera sottotrama (la sorte di Thráin, padre di Thorin) e aggiunge stringhe di dialogo che concedono a Beorn maggior spazio. L’Edizione Estesa del secondo capitolo si può considerare come la più riuscita delle tre. Ne La battaglia delle cinque armate, invece, si è preferito completare personaggi come Alfrid, tralasciando Radagast il Bruno e Beorn (quest’ultimo davvero sacrificato).

 

In generale le Edizioni Estese de Lo Hobbit sono lontanissime a livello di compiutezza e minutaggio da quelle de Il signore degli anelli, ove le scene inedite ed estese sono cesellate e offrono approfondimenti e unulteriore definizione dei personaggi (ad esempio per Il ritorno del re: la sorte di Saruman il Bianco, la presenza della Bocca di Sauron e lo scontro tra Gandalf e il Re Stregone di Angmar). Sequenze che vanno ben oltre la semplice aggiunta per allungare il brodo.


Scheda

TITOLO ORIGINALE

The Hobbit: The Battle of the Five Armies

PRODUZIONE

Carolynne Cunningham, Peter Jackson, Fran Walsh, Zane Weiner

REGIA

Peter Jackson

SCENEGGIATURA

Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo del Toro

SOGGETTO

J.R.R. Tolkien

CAST

Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Stott, Graham McTavish, William Kircher, James Nesbitt, Stephen Hunter, Dean O’Gorman, Aidan Turner, John Callen, Peter Hambleton, Jed Brophy, Mark Hadlow, Adam Brown, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Lee Pace, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Ian Holm, Benedict Cumberbatch, Mikael Persbrandt, Sylvester McCoy, Luke Evans, Stephen Fry, Ryan Gage, Billy Connolly

COLONNA SONORA

Howard Shore

FOTOGRAFIA

Andrew Lesnie

MONTAGGIO

Jabez Olssen

SCENOGRAFIA

Dan Hennah, Mykyta Brazhnyk, Simon Bright, Ra Vincent

COSTUMI

Bob Buck, Ann Maskrey, Richard Taylor


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