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Lo Hobbit – La desolazione di Smaug (2013)

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LO HOBBIT - LA DESOLAZIONE DI SMAUG | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Dopo un efficace flashback che vede Gandalf consegnare a Thorin Scudodiquercia la chiave del padre Thráin per accedere alla Montagna Solitaria, Bilbo Baggins, lo scassinatore Hobbit, prosegue in compagnia dei tredici Nani e il grigio pellegrino il lungo viaggio verso la riconquista di Erebor.

 

In fuga dagli Orchi, i protagonisti trovano rifugio nella baita del possente Beorn (lo svedese Mikael Persbrandt), mutatore di pelle e druido dei boschi che difende la sua casa dagli attacchi nemici e offre riparo ai Nani, scortandoli all’ingresso dell’intricata e oscura foresta di Bosco Atro. Una fugace, ma convincente, apparizione.

 

La desolazione di Smaug si allontana dai toni colorati, luminosi e gioiosi del precedente capitolo, abbracciando uno stile cupo e tenebroso. Senza più l’aiuto dello stregone, che si separa dalla compagnia, i Nani incontrano serie difficoltà. I Ragni giganti si frappongono alla via duscita dalla foresta, ma Bilbo è in possesso dell’Unico anello che lo rende invisibile, permettendogli di fuggire ai mostruosi assalitori: abitudine che lo consumerà nello spirito, rendendolo pensieroso, distaccato e geloso nei confronti del suo “tesoro”.

 

La compagnia è tratta in salvo dagli Elfi; tuttavia, dove in Un viaggio inaspettato le comode stanze di Elrond a Gran Burrone erano un luogo sicuro, nel regno di Thranduil (il magnetico Lee Pace) i Nani sono reclusi in prigionia; austero e ossessivo verso il suo regno, il senso di potere e cupidigia non rendono il Re degli Elfi così diverso dai Nani che disprezza; tanto regale, quanto pericoloso, Thranduil impedisce alla compagnia di proseguire la missione; un personaggio tra i più carismatici della saga che resta nel cuore. Legolas (Orlando Bloom torna a indossare le orecchie a punta e sfoggia uno stile “all-american”), figlio di Thranduil, è diverso da come mostrato ne Il signore degli anelli; le sue scelte lo porteranno a diventare il miglior amico di Gimli, figlio di Glóin, uno dei tredici Nani della compagnia. Un interessante sviluppo. L’Elfa, sua amica, è Tauriel (Evangeline “Kate” Lilly), capo delle truppe di Thranduil; new entry femminile, creata appositamente da Peter Jackson, per instaurare un “triangolo amoroso”, una liaison affettiva di difficile definizione che mostra un punto di vista alternativo sul burrascoso rapporto tra Nani ed Elfi.

 

I Nani, grazie all’aiuto di Bilbo, fuggono dalle segrete di Thranduil attraverso una rapida e rocambolesca corsa lungo il fiume. Semplicemente magica. I Nani sono costretti a mercanteggiare un passaggio verso Pontelagolungo con un uomo di nome Bard l’Arciere (un eroico Luke Evans); precursore di Aragorn, sotto certi aspetti, Bard combatte per ciò in cui crede, un proletario contro il magnate dittatore, portando il peso del fallimentare tentativo del suo antenato nell’uccidere il drago Smaug e salvare la città.

 

La compagnia giunge, così, alla città eretta su palafitte, ove i Nani devono nascondersi agli occhi del Governatore (un gigioneggiante Stephen Fry) e il suo lacchè Alfrid (che ricorda Vermilinguo). Il Governatore, politicante mosso da sete di ricchezza e avari scopi, offre asilo e aiuto alla compagnia aprendole la strada verso la Montagna Solitaria, poiché convinto che l’impresa dei Nani di riconquistare Erebor possa portargli inestimabili benefici commerciali, nonostante il parere contrario di Bard, secondo cui solo desolazione attenderebbe il popolo di Pontelagolungo se Thorin diventasse Re Sotto la Montagna.

 

La compagnia è divisa e Thorin ossessionato dalla sua crociata. Bilbo (uno stratosferico Martin Freeman) deve introdursi nella profondità oscura della Montagna per recuperare l’Archengemma, il tesoro perduto dei Nani che porterà Thorin alla pazzia, come predetto da Elrond in Un viaggio inaspettato. Thorin comincia a subire l’influenza della Malattia del Drago che grava sul tesoro, compiendo atti irresponsabili e dalle conseguenze disastrose; un eroe che, per ridare nuova vita alla sua gente, è preda della cupidigia che lo porta a non considerare più i valori di amicizia e fratellanza. Da liberatore a schiavo, condannato in una dorata gabbia fatta di avarizia e inganno. Un’involuzione eccezionale.

 

Nell’ultimo atto, la scena è rubata da Smaug che, finalmente, rivela il suo aspetto; un design impeccabile, unito alla mimica e le movenze donate da Benedict Cumberbatch, lo rendono non solo il drago più magnificente mai realizzato, ma lo trasformano in un vero e proprio personaggio con cui Bilbo e i Nani interagiscono e devono confrontarsi, facendo leva sulla sua brama di ricchezza. Lo scambio di battute tra Bilbo e Smaug è intelligente e reso alla perfezione. Ancora una volta, Bilbo, oltre all’astuzia, deve ricorrere al suo potente artefatto.

 

La trama principale viaggia parallelamente alla visita di Gandalf a Dol Goldur, dopo le poco rassicuranti notizie di Radagast il Bruno, per indagare sulle tombe dei Nove, ovvero i Re degli Uomini a cui Sauron donò i nove anelli del potere al fine di ghermirli e incatenarli. Nella ricerca, perfettamente in bilico tra suspense e azione, Gandalf scopre che il Negromante sta reclutando eserciti per sferrare un micidiale attacco ai Popoli del Nord. Il Negromante è rappresentato come una massa oscura, priva di forma fisica, che si paventa come unombra mutevole e monocromatica al cui centro un’iride infuocata assume le sembianze del male; lo stesso male sconfitto nei Tempi Remoti dai Popoli Liberi che sorgerà nuovamente grazie al potere dell’Unico anello, ormai uscito fuori dall’oscurità e custodito da Bilbo. Lo scontro tra Gandalf e il Negromante è spettacolare: il connubio di gradazioni di grigio e giochi di luce rendono la scena evocativa. La lotta tra bene e male resa alla perfezione.

 

Azog, principale antagonista in Un viaggio inaspettato, qui ha un ruolo marginale, poiché obbligato dal Negromante, suo padrone, a rimanere a Dol Guldur per essere comandante di legioni. L’inseguimento dei Nani è, così, delegato a Bolg, luogotenente di Azog, che mette i bastoni nelle botti dei Nani in diverse occasioni. Anche Bolg soffre in caratterizzazione; tuttavia, bastano l’incommensurabile carisma del drago Smaug e il Negromante.

 

Howard Shore mantiene fede all’originalità; nuovi brani coadiuvano le scene e toccano il cuore, mentre la canzone di Ed Sheeran non convince. Culminante in un intenso climax finale, con un cliffhanger da mozzare il fiato, La desolazione di Smaug segna nuovi standard visivi. Un’avventura epica e profonda i cui temi, distanti dal romanzo per ragazzi di J.R.R. Tolkien, sono attualissimi (la politica dei regnanti ossessionati dalla ricchezza, l’isolazionismo e l’intolleranza verso le minoranze etniche) e dove l’integrità degli eroi vacilla, consapevoli di aver commesso errori di valutazione che porteranno Fuoco e Morte sulla Terra di Mezzo.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE

The Hobbit: The Desolation of Smaug

PRODUZIONE

Carolynne Cunningham, Peter Jackson, Fran Walsh, Zane Weiner

REGIA

Peter Jackson

SCENEGGIATURA

Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, Guillermo del Toro

SOGGETTO

J.R.R. Tolkien

CAST

Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Ken Stott, Graham McTavish, William Kircher, James Nesbitt, Stephen Hunter, Dean O’Gorman, Aidan Turner, John Callen, Peter Hambleton, Jed Brophy, Mark Hadlow, Adam Brown, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, Lee Pace, Cate Blanchett, Benedict Cumberbatch, Mikael Persbrandt, Sylvester McCoy, Luke Evans, Stephen Fry, Ryan Gage

COLONNA SONORA

Howard Shore

FOTOGRAFIA

Andrew Lesnie

MONTAGGIO

Jabez Olssen

SCENOGRAFIA

Dan Hennah, Simon Bright, Ra Vincent

COSTUMI

Bob Buck, Ann Maskrey, Richard Taylor


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