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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968)

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MA GLI ANDROIDI SOGNANO PECORE ELETTRICHE?
Illustrazione di CHRIS MOORE

Recensione

Il romanzo di Philip K. Dick è ambientato in un futuro distopico in cui l’essere umano convive con le macchine: androidi progettati per lavorare come schiavi in colonie spaziali con difficili condizioni climatiche. Alcuni di loro, tra i più sofisticati, fuggono sulla Terra, diventata quasi inabitabile dopo un cataclisma nucleare che ha portato alla desertificazione di gran parte del pianeta, nonché causato danni cerebrali alla popolazione. Un corpo speciale di polizia, di cui fa parte il protagonista Rick Deckard, ha il compito di “ritirare” gli androidi illegali; per riconoscerli, devono sottoporre il sospettato a un test che rileva l’empatia. Una caccia che scava nel cuore freddo degli individui, abitanti una futuristica San Francisco d’acciaio.

 

Deckard e sua moglie attingono alle allucinazioni congiunte per controllare gli stati d’animo e la disperazione spirituale che ne consegue, la cui demistificazione è potente. Attraverso sintetiche, ma efficaci, descrizioni si percepisce il desiderio dei personaggi di significare qualcosa, avere uno scopo nella loro esistenza. Il protagonista è continuamente in bilico tra ciò che deve o sarebbe giusto fare: uccidere gli androidi o cercare di entrare in “sintonia” con loro.

 

È evidente come gli androidi, seppur identici nell’aspetto agli esseri umani, non siano in possesso della qualità che la natura biomeccanica proibisce loro: l’empatia, ovvero la partecipazione emotiva. Concetto cardine del romanzo di Philip K. Dick e perno focale della distopia a cui l’autore è particolarmente legato: un pessimismo, di non poco conto, che permea la società futura. A conti fatti, è l’essere umano che si assimila alla macchina, un essere senz’anima (nella letteratura di Isaac Asimov accade essenzialmente l’opposto). Angosciante e rivelatore.

 

In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? i misteriosi paesaggi di un futuro cupo e implacabile sono plasmati per creare un’atmosfera unica: nell’ambiente urbano dei bassifondi, lugubre e decadente, si cela, tra le parole, un messaggio di (vana) speranza per l’umanità che anela alla capacità di esprimere emozioni. Su una terra devastata dalla guerra nucleare, la vita, in qualsiasi forma, è sacra: gli animali “replicanti” sono uno status symbol per la popolazione, mentre gli animali “veri” sono a possesso esclusivo dei più facoltosi. La compassione e l’empatia sono gli unici elementi che distinguono l’essere umano dalla macchina. Philip K. Dick suggerisce questo tratto come definizione della nostra esistenza come esseri umani: senza la capacità di amare, gli esseri umani sono incapaci di esistere. L’autore è affascinato dall’amore per gli animali: un elemento che sottende alla visione di un mondo (non molto distante) in cui gli animali sono venerati e, forse, considerati più importanti dell’essere umano.

 

Il concetto di empatia è il perno focale su cui ruota il romanzo, sotto forma di pseudo-religione: il Mercerismo fa leva sulla condivisione universale dell’esperienza, come un social network (pseudo-religioso) post-apocalittico; tuttavia, se si dovesse scoprire che il “profeta” Wilbur Mercer non è altro che un ubriacone della cui rivelazione, per ironia della sorte, fosse artefice un androide, cosa resterebbe all’essere umano? La consapevolezza che non esistono ideali, né verità assolute, e ciò porterebbe inesorabilmente a uno sconcertante dilemma: cos’è che ci rende umani? Quando l’evoluzione tecnologica (dio della biomeccanica permettendo) consentirà agli androidi di provare empatia, come distinguerli dal loro creatore? A questo punto, la domanda più importante: è giusto continuare a discendere una spirale tecnologica autodistruttiva per l’essere umano? Philip K. Dick, elegantemente, ci nega la risposta.

 

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, influente precursore del cyberpunk, affronta una serie di preoccupanti distopie per l’umanità. Philip K. Dick, attraverso una scrittura diretta e scorrevole, indaga il dramma dei personaggi e pone il focus su profonde domande filosofiche: la natura dell’esistenza, la crisi di fede, la tecnocrazia e la condizione umana. Un grande saggio di (fanta)sociologia sull’essere umano e il complicato rapporto con le macchine.

Alessandro Pin


SCHEDA

TITOLO ORIGINALE

Do Androids Dream of Electric Sheep?

AUTORE

Philip K. Dick

PRIMA EDIZIONE ORIGINALE

1968

PRIMA EDIZIONE ITALIANA

1971

PRIMA TRADUZIONE ITALIANA

Maria Teresa Guasti

SECONDA TRADUZIONE ITALIANA

Riccardo Duranti

ALTRI TITOLI ITALIANI

Il cacciatore di androidi – Cacciatore di androidi – Blade Runner


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