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Opera senza autore (2018)

OPERA SENZA AUTORE | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO
🎬 SCHEDA

TITOLO ORIGINALE

Werk ohne Autor

PRODUZIONE

Quirin Berg, Christiane Henckel von Donnersmarck, Florian Henckel von Donnersmarck, Jan Mojto, Max Wiedemann

REGIA

Florian Henckel von Donnersmarck

SCENEGGIATURA

Florian Henckel von Donnersmarck

CAST

Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Hanno Koffler, Cai Cohrs, Evgeniy Sidikhin, Ulrike C. Tscharre, Jörg Schüttauf, Jeanette Hain, Hans-Uwe Bauer, Ina Weisse, Lars Eidinger, Johanna Gastdorf, David Schütter, Franz Pätzold, Jonas Dassler, Jacob Matschenz, Florian Bartholomäi, Ben Becker, Rainer Bock

COLONNA SONORA

Max Richter

FOTOGRAFIA

Caleb Deschanel

MONTAGGIO

Patricia Rommel, Patrick Sanchez Smith

SCENOGRAFIA

Silke Buhr, Julia Roeske, Yvonne von Krockow

COSTUMI

Gabriele Binder

🖋️ Recensione

Germania, 1937. Kurt Barnert, bambino prodigio, perde la zia Elisabeth che, a causa della schizofrenia, è internata per subire la crudele sorte inflitta dal Terzo Reich a chi soffre di disturbi mentali. La scomparsa della figura materna segna indelebilmente la crescita del piccolo Kurt. Gli anni passano, Kurt si iscrive alla scuola d’arte di Dresda dove si innamora di Ellie, giovane studentessa di design, inconsapevole di essere già legato alla sua famiglia in modi inaspettati.

 

Nel prologo, la visita alla famigerata mostra d’arte itinerante sulla “Entartete Kunst”, l’arte degenerata, disvela il potenziale artistico del piccolo Kurt che rimane affascinato da opere di espressionisti, surrealisti e astrattisti come Otto Dix, Franz Marc, Eugen Hoffmann e altri: gli viene detto dalla guida che tale arte è nichilista e autoindulgente e non ha posto nella Germania nazista; tuttavia, l’amore della zia verso l’arte moderna “verboten” porta il giovane, durante gli anni del suo sviluppo artistico, ad abbracciare il romanticismo e contemplare l’arte realista della bellezza, attraverso la ricerca della verità. “Non distogliere mai lo sguardo”, gli ripete zia Elisabeth, poiché “tutto ciò che è vero è bello”: un ricordo che diventa musa ispiratrice e definisce la sua esistenza di artista, segnata profondamente da un’orchestra di clacson dodecafonici che percuotono l’essenza stessa dell’io pensante; un’esistenza coronata dalla massima espressione di forma artistica in cui contemplare la perfezione del Creato.

 

Una ricerca che perseguita Kurt durante i lunghi e distruttivi anni della guerra: nel 1945, vedere Dresda cadere in macerie sotto i bombardamenti è una scena che resta indelebile nella sua memoria. Il padre è costretto a rinunciare al ruolo di insegnante, poiché iscritto al Partito Nazista (anche se non ne condivide l’ideale, non riuscendo neanche a pronunciare “Heil, Hitler”), per arrangiarsi come addetto alle pulizie presso una fabbrica di insegne (ciò lo conduce verso uno stato di silenziosa depressione), dove lavora anche Kurt. In quegli anni, l’anima artistica del giovane acquisisce consapevolezza che lo porta, nel 1951, a frequentare una scuola d’arte dove il suo estro è subito notato dai compagni; tuttavia, il realismo socialista promosso dai comunisti non rientra nelle vene artistiche di Kurt.

 

Nel 1962, Kurt fugge insieme a Ellie a Düsseldorf, nella Germania Ovest, dove si iscrive all’Accademia delle Belle Arti, curioso di solcare nuove correnti artistiche. Negli anni del Muro di Berlino, Kurt sperimenta per la prima volta la libertà artistica grazie all’aiuto del professor Antonius van Verten (personaggio ispirato a Joseph Beuys), eccentrico docente d’arte che, per insegnare a liberarsi dai dogmi politici, dà fuoco a manifesti elettorali di fronte a una classe confusa ed estasiata: nella sua incredibile storia, si cela una delle molteplici chiave di lettura della pellicola, ovvero di come l’arte penetri nell’anima dell’artista, modellandone le scelte e definendone l’esistenza.

 

Una volta giunto alla catarsi, per Kurt diventa tutto chiaro, tangibile, autentico; uno stato quasi di trance in cui agisce istintivamente nella sua certezza giovanile che tutto sia collegato: un effetto elettrizzante. Raramente l’atto di qualcuno che semplicemente dipinge su una tela suscita emozioni così viscerali, come quelle trasmesse dalla magnifica regia di Florian Henckel von Donnersmarck. Il punto focale della storia è insito non nella carriera di un artista che mette su tela il suo talento, ma in una resa dei conti a livello morale che suscita empatia. Opera senza autore si sintonizza sulla sensibilità dello spettatore per raccontare l’emergere di un sé pienamente realizzato, finalmente capace di dare un profondo significato a una storia crudele, tristemente irrisolta e casuale; tuttavia, Opera senza autore non narra la storia di un uomo qualunque: le vicende del protagonista Kurt Barnert sono riconoscibili, dai dettagli della sua vita, la sensibilità estetica (come i dipinti che riflettono il periodo di fotorealismo sfocato) e lo sviluppo narrativo, nella vita di Gerhard Richter, uno degli artisti più importanti del suo tempo. La licenza artistica, ovvero la decisione di rendere il pittore tedesco chiaramente leggibile attraverso la romanza e la magnetica interpretazione di Tom Schilling, è una scelta vincente che rende il dramma ancora più profondo, poiché ancorato a un trauma reale, autentico.

 

La romantica storia d’amore tra Kurt ed Ellie è osteggiata dalla presenza costante del padre di lei, figura dispotica, amorale, completamente malvagia, che si prefigura la distruzione di Kurt, poiché nutre un profondo odio verso la sua natura artistica; un odio sedimentato e germogliato negli infernali meandri psichici indotti dal Terzo Reich per cui ha dedicato l’intera esistenza professionale nel perfezionamento della razza ariana: direttore della clinica femminile di Dresda e membro del corpo medico delle SS, il padre di Ellie era uno dei responsabili del programma eugenetico nazista. Sebastian Koch, che ha interpretato il drammaturgo Georg Dreyman in Le vite degli altri, attua una completa inversione rispetto al suo precedente ruolo, scavando in profondità per suscitare carisma anche nel personaggio più ripugnante: capace di far nascere vite, il professor Carl Seeband impegna invece le sue capacità a favore di un male famigerato e perverso, guidato esclusivamente da vanità intellettuale, grazie alla quale riesce a nascondersi alle autorità negli anni, poiché disposto a legare il suo carro di menzogne a ideologie che gli offrono massima sicurezza, come il nazismo, il comunismo nella RDT o il capitalismo occidentale.

 

Florian Henckel von Donnersmarck infonde in Opera senza autore la stessa energia trasmessa da Le vite degli altri che narra la condizione dei residenti della Berlino Est, monitorati dagli agenti della Stasi, la polizia segreta della RDT, nel 1984. Il capolavoro del regista tedesco affronta un periodo oscuro della storia della Germania, attraverso una pervadente sensazione di disperazione e impotenza; mentre, in Opera senza autore presenta un lato diverso della medaglia, mentre medita sul potere primordiale dell’arte: la morale che si evince è che la fedeltà al proprio estro e istinto artistico porta a raggiungere una verità intellettuale che non si potrebbe sperare di raggiungere altrimenti.

 

Florian Henckel von Donnersmarck continua a esplorare l’eredità oscura del Terzo Reich. Opera senza autore copre dal 1937 al 1968 di storia tedesca; una storia d’amore, sulle conseguenze della guerra e una parabola sull’arte, riuniti in un’unica opera. Girato in calde tonalità, ricche di morbide sfumature cromatiche, grazie alle composizioni di Caleb Deschanel (più che un direttore della fotografia sembra un vero e proprio pittore), Opera senza autore è un affresco su tela su cui l’autore proietta il film e modella i suoi personaggi a sculture che prendono vita. Una raffinata tavolozza di tenui colori, resa ancor più ammaliante dal bellissimo commento musicale di Max Ritcher, che evoca non solo un periodo storico fondamentale, ma la vita interiore di un grande artista.

📹 videopresentazione

🎞️ TRAILER


Articolo di Alessandro Pin

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