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Parasite (2019)

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PARASITE | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

La povera, ma brillante, famiglia Kim – composta dal padre, reduce da vari fallimenti lavorativi, la madre, energica atleta mancata, e il figlio e la figlia che non sono riusciti ad accedere all’università – vive in un piccolo e sudicio seminterrato nei bassifondi, sbarcando il lunario con umili lavoretti malpagati. Ma lo status quo cambia, quando un amico offre al giovane Kim un lavoro come insegnante privato presso la facoltosa famiglia Park.

 

La ricca, ma ingenua, famiglia Park – composta dal padre, CEO di un’importante azienda informatica, la madre, perennemente in stato d’ansia, il piccolo figlioletto e la figlia liceale – conduce una vita agiata, circondata dal lusso, con un autista privato e una governante che si occupa delle faccende domestiche.

 

Kim entra, così, in contatto con un mondo a lui estraneo, dove si rende conto di poter sfruttare la situazione a vantaggio della sua famiglia, introducendola in “quella” realtà sociale in modo così geniale, quanto pericoloso, con un machiavellico piano architettato con scrupolosa attenzione ai minimi dettagli; un piano in cui si nascondono, tuttavia, imprevedibili e irreversibili conseguenze.

 

La potenza nel rappresentare la società del regista coreano Bong Joon Ho, il suo modo unico di affrontare il tema del classismo attraverso un sottotesto di denuncia sociale (come nel visionario e distopico Snowpiercer) è ineguagliabile. Due realtà così distanti, ma incredibilmente vicine, sono messe a nudo, confrontandosi sullo stesso terreno di scontro su cui si affacciano i membri delle due famiglie, diverse per retaggio, condizione economica e sociale e soprattutto prospettiva esistenziale. La famiglia Park e la famiglia Kim si specchiano nel muro di pioggia incessante che, per la prima, pulisce le strade da ogni impurezza, per la seconda, sommerge lo spirito, legato a una pietra che porta inesorabilmente a fondo.

 

Una società scissa nettamente a metà. Da una parte, un capo famiglia autorevole e distaccato ha le possibilità economiche di dare ai figli le attenzioni di cui hanno bisogno, ma delega alla moglie il compito di vegliare su di loro; quest’ultima, però, non riesce a emergere come figura-guida per la sua debolezza caratteriale, restando ancorata a una condizione di costante insicurezza come madre – ruolo che preferisce delegare, a sua volta, alla governante. Dall’altra, un capo famiglia umile e saggio si affida alla brillante intuizione dei figli per cambiare il destino della sua famiglia; un uomo dai saldi principi che fatica a essere compatito dai più abbienti, poiché nasconde, dietro la misera condizione, una profonda dignità. Una concezione che acquisisce senso, scena dopo scena, grazie al contesto tipicamente sudcoreano; tuttavia, adattabile alla società che ci circonda e dove l’unico modo di mettere in contatto due famiglie così distanti, come caratura sociale, è passare attraverso rapporti di lavoro caldamente raccomandati.

 

La famiglia Kim si insinua nella quotidianità della famiglia Park, sconvolgendo entrambe le realtà. Elementi appartenenti alla società più povera destabilizzano quelli della società più benestante, poiché tra loro incompatibili. Come scarafaggi, i parassiti si addentrano nel ventre della succosa bestia e ne traggono nutrimento, nascondendosi alla luce del giorno per dimorare nei meandri bui da cui provengono e a cui sono, purtroppo, destinati; ma con la speranza, salda come una roccia, che le cose, un giorno, possano cambiare. Nonostante siano brillanti, con un forte istinto di adattamento e sopravvivenza, e all’altezza delle loro nuove mansioni, i membri della famiglia Kim, incompresi, considerati inferiori e indegni di attenzione dalla famiglia Park, trovano nell’opulente reggia un alveare ricco di prelibatezze, ma già nidificato; la bestia è silenziosamente sviscerata da altri parassiti, cresciuti all’ombra della società: esseri invisibili e senza più moralità che si rifugiano nell’oscurità dell’animo umano. Puniti ed esclusi da una società che non li considera né, tanto meno, li cerca.

 

Bong Joon Ho instaura una relazione parassitica tra le due famiglie, escludendo la coesistenza sullo stesso piano sociale, e immerge (o meglio, annega) il contesto in una potentissima rappresentazione scenografica: due spazi, ovvero la villa dei Park collegata da un’unica strada che discende, per mezzo di lunghe scalinate di pietra, verso il seminterrato dei Kim; una connessione che rispecchia la condizione umana dei personaggi, agli estremi opposti sociali.

 

Il senso di infelice divisione di classe è percepito, con genialità, dall’odore che permea l’appartamento della famiglia Kim e insudicia i loro abiti, trasmettendo, in modo oltremodo inequivocabile, la loro provenienza. L’olezzo è ciò che li tradisce, marchiandoli agli occhi della famiglia Park come insulsi rifiuti umani da gettare via e con cui nulla avere a che fare. Bong Joon Ho riesce a trasmettere, attraverso il senso dell’olfatto, una forte sensazione di disagio sociale in modo così raccapricciante da essere addirittura percepito attraverso gli elementi di scena e le intense interpretazioni. Una chiave di lettura inedita che evince il dramma affliggente la società contemporanea: la diversità come ostacolo relazionale, anziché elemento cardine di miglioramento. E, così, la famiglia Kim lotta per la sua sopravvivenza, adattandosi a uno scenario mutevole e complesso, mentre la famiglia Park resta ancorata a una tradizionale e superficiale visione del mondo.

 

Con una sublime direzione artistica e tecnica, una straordinaria gestione e rappresentazione scenica degli spazi e una solida sceneggiatura, a dir poco pazzesca, l'autore e regista sudcoreano Bong Joon Ho affronta una delle tematiche più preoccupanti per il mondo civilizzato, portando alla luce la più intrinseca delle sue caratteristiche: la polarizzazione delle classi sociali. Parasite è una tragicommedia, con elementi magistralmente innestati da puro thriller, tanto grottesca, quanto amaramente realistica nella sua natura, da far spalancare gli occhi e gli animi su ciò che l’essere umano può diventare: una bestia che, se non adeguatamente nutrita, diventa rabbiosa, divorando le buone maniere, la gentilezza e la vita stessa. Un monito fondamentale. Un gioiello di pura arte cinematografica.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE

Gisaengchung

PRODUZIONE

Young-Hwan Jang, Bong Joon Ho, Sin-ae Kwak, Yang-kwon Moon

REGIA

Bong Joon Ho

SCENEGGIATURA

Han Jin Won, Bong Joon Ho

CAST

Kang-ho Song, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Woo-sik Choi, Hyae Jin Chang, So-dam Park, Jung Ziso, Myeong-hoon Park, Seo-joon Park, Keun-rok Park, Jeong-eun Lee, Hyun-jun Jung

COLONNA SONORA

Jaeil Jung

FOTOGRAFIA

Kyung-pyo Hong

MONTAGGIO

Jinmo Yang

SCENOGRAFIA

Ha-jun Lee

COSTUMI

Se-yeon Choi


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