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Rambo: Last Blood (2019)

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RAMBO: LAST BLOOD | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Jonh Rambo si è ritirato in Arizona; vive in una vecchia tenuta ad addestrare cavalli, scavare tunnel e salvare vite innocenti da disastri naturali. Un ruvido cowboy solitario, affetto da stress post traumatico mitigato con antidepressivi, la cui muscolosa, ma invecchiata, livrea è segnata da cicatrici che, tuttavia, non si vedono: l’ex berretto verde non ha più il capello lungo, l’iconica fascetta rossa e il fisico pompatissimo, non è più lo scultoreo commando senza maglietta che corre nel deserto, spara missili e si cicatrizza le ferite con la polvere da sparo, non è più “dominato” dalla voce interiore (e marziale) del colonnello Samuel Trautman (il compianto Richard Crenna), suo mentore. Non si è più di fronte al giovane Rambo, reduce del Vietnam (seppur reminiscenze del passato abbiano lasciato indelebili solchi nella sua complessata, quanto semplice, psicologia – conosciuta nei precedenti e autonomi capitoli), ma a un uomo invecchiato e stanco, motivato ancora una (e per l’ultima) volta a spargere il sangue dei cattivi nel modo più sanguinoso. John Rambo dimostra di possedere una coscienza già emersa nella precedente avventura nella giungla birmana, dimostrando che l’età non è un ostacolo, ma una tempra indissolubile per la sua letale lama e la sua punta di freccia che colpiscono con spietatezza ancora ineguagliata. Un personaggio di stampo eastwoodiano, ma che non si completa come avrebbe dovuto a causa di una narrazione non all’altezza.

 

First Blood seguiva le orme de Il cacciatore, diventando presto un cult. Un dramma che poneva il focus sul solo protagonista: un uomo psicologicamente devastato, in fuga, braccato da un gruppo di sprovveduti poliziotti in un bosco “minato” di mortali trappole. Rambo cercava solo un luogo pacifico per ristorarsi e continuare il viaggio di ritorno verso casa. In Last Blood il suo desiderio sembra essersi realizzato, ritrovandosi anche a essere una figura paterna per una giovane ragazza che, pur di mettersi in contatto con il padre biologico, varca il confine del Messico e scatena una mortale catena di eventi.

 

Adrian Grunberg dirige l’ultimo capitolo della serie, scritto e voluto fortemente da Sylvester Stallone, con un incipit che cresce lentamente attraverso i sentimenti del protagonista, per poi virare, con un twist inaspettato quanto difficile da assimilare (che funge da MacGuffin, innescando l’atto finale), su un territorio puramente action, affrettato: un turbinio caotico di uccisioni in nome dello splatter più insensato. Una parabola di sangue, morte e vendetta (anziché giustizia), che si esaurisce su un nostalgico, quanto amarissimo, finale. Una conclusione priva di spessore per l’iconico John Rambo che, viste le premesse, avrebbe dovuto cavalcare verso il tramonto col cuore (grondante) in mano in segno di riscatto, anziché perdizione.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE

Rambo: Last Blood

PRODUZIONE

Avi Lerner, Yariv Lerner, Steven Paul, Kevin King Templeton, Les Weldon

REGIA

Adrian Grunberg

SCENEGGIATURA

Matthew Cirulnick, Sylvester Stallone

STORIA

Dan Gordon, Sylvester Stallone

SOGGETTO

David Morrell

CAST

Sylvester Stallone, Paz Vega, Yvette Monreal, Louis Mandylor, Joaquín Cosio, Sheila Shah, Óscar Jaenada, Jessica Madsen, Sergio Peris-Mencheta, Díana Bermudez, Adriana Barraza

COLONNA SONORA

Brian Tyler

FOTOGRAFIA

Brendan Galvin

MONTAGGIO

Carsten Kurpanek, Todd E. Miller

SCENOGRAFIA

Franco-Giacomo Carbone, Valentina Mladenova

COSTUMI

Cristina Sopeña


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