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Star Trek II – L’ira di Khan (1982)

★★★★★ | di Alessandro Pin


STAR TREK - L'IRA DI KHAN | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Nonostante il buon risultato al botteghino di Star Trek di Robert Wise, Paramount non è soddisfatta. La critica e il pubblico non rendono alla pellicola il successo sperato; solo successivamente, il primo approdo cinematografico di Star Trek è giustamente rivalutato. In seguito allo straordinario successo di Guerre stellari, Paramount decide di cambiare direzione: il primo passo è estromettere Gene Roddenberry che rifiuta a quel punto il più modesto ruolo di consulente (il creatore di Star Trek avrà la sua rivalsa con The Next Generation), il secondo è dirottare la produzione alla propria sezione televisiva (pur mantenendo come obiettivo il grande schermo) per ottimizzare i costi e rendere più celeri i lavori di realizzazione. Harve Bennett (habitué del mondo televisivo e conoscitore profondo della Serie classica) si prende cura di questo sequel, ricostruendo (con qualche modifica) il progetto utopistico di Gene Roddenberry. Si decide così di inserire un’astuta e carismatica nemesi del passato (elemento mancante nel prototipo cinematografico) contro cui l’equipaggio dell’Enterprise deve nuovamente confrontarsi.

 

A Nicholas Meyer (conosciuto per aver scritto il romanzo Sherlock Holmes: soluzione settepercento e aver diretto lo sci-fi temporale L’uomo venuto dall’impossibile) è affidata la regia; egli mette mano anche alla sceneggiatura (scritta da Jack B. Sowards), rimaneggiata più volte. Nonostante la difficile fase pre-produttiva, il progetto è un indiscusso successo di critica e pubblico, immortalandosi nel tempo come il capitolo più importante della storia del franchise: L’ira di Khan evidenzia caratteristiche atipiche per Star Trek. L’idea di Gene Roddenberry di una società perfetta e senza macchia viene meno: l’atmosfera è più militarista e cupa, con tanto di uniformi graduate con mostrine per l’equipaggio dell’Enterprise (che ostenta una parvenza napoleonica). L’ira di Khan è il punto di partenza per i successivi progetti cinematografici e televisivi della saga su cui i futuri frontrunner si baseranno per modellare l’universo di Star Trek nella forma che tutti conosciamo.

 

L’ira di Khan abbandona la natura metafisica del precedente capitolo per esplorare l’istinto di sopravvivenza insito nella natura umana. Nicholas Meyer inscena magistralmente un ferale gioco nelle profondità del cosmo; da un lato della scacchiera tridimensionale vi è l’equipaggio dell’Enterprise, unito come sempre per fronteggiare le pericolose minacce del gelido spazio, dall’altro un nemico astuto e intelligente (un grande ritorno di Ricardo Montalban), un avversario che Kirk ebbe la sfortuna di incontrare nell’episodio Spazio profondo della Serie classica.

“Ah, Kirk, mio vecchio amico, conosci l’antico proverbio di Klingon che dice ‘la vendetta è un piatto che è meglio gustare freddo?’. Ed è molto freddo, nello spazio.”

Tornato dall’esilio, cui Kirk l’ebbe destinato, l’uomo geneticamente modificato nella forza e nello spirito è più acerrimo che mai; il suo scopo è vendicare la morte dei compagni periti nelle devastazioni ambientali del pianeta sul quale furono abbandonati. Morte e vendetta sono le principali protagoniste alle quali Kirk deve far fronte per sfuggire alla micidiale morsa che Khan gli ha preparato: una trappola ordita da perversa ossessione. Per compiere la sua inesorabile missione, Khan, con crudele coercizione, si impadronisce di un’astronave, nascondendosi dietro i colori della Federazione Unita dei Pianeti. Una tecnologia sperimentale (il progetto Genesis), atta a creare mondi vitali, è tramutata in uno strumento di morte (una superarma di distruzione) dal ferale tocco di Khan che agisce, con carismatica vena shakespeariana e melvilliana, accecato dall’ardore della vendetta.

“No, no, non riuscirai a sfuggirmi. Anche dal cuore dell’inferno riuscirò ad annientarti. In nome dell’odio, io sputo il mio ultimo respiro su di te!”

La vita (dall’assenza di vita) è l’altra faccia di questa spirale di morte e vendetta. La battaglia spaziale finale tra le due astronavi è altamente energica e adrenalinica. L’istinto di sopravvivenza e l’esperienza permettono all’equipaggio dell’Enterprise di sfuggire all’inganno perpetrato dalla mente bidimensionale di Khan, attraverso il fondamentale ed estremo sacrificio attuato dalla massima logica che pone il bene di molti al di sopra di quello dei pochi o di uno. Lo spazio non è mai stato così pericoloso: un luogo ideale per consumare la vendetta (un piatto che è meglio gustare freddo). Il rancore scava nell’animo di Khan che, costretto in un abisso di perdizione, riemerge con un unico e letale scopo.

“Non ho affrontato la morte, l’ho ingannata. Sono riuscito a giocarla, la morte. E mi sono compiaciuto per questa mia scaltrezza.”

Il test della Kobayashi Maru è profetico nel presentare la morte fin dall’incipit; un monito per i protagonisti che lungo il prosieguo della narrazione sono posti di fronte a una situazione apparentemente senza via d’uscita. Qui, Kirk rivela la sua vera natura di eterno vincente che mai si è preoccupato di non potercela fare, poiché convinto che gli schemi perdenti non esistano. Khan, nonostante tutto, riesce a vincere, poiché mostra a Kirk l’amara verità di quanto si fosse sbagliato a sottovalutare il proprio avversario. La colonna sonora, composta da James Horner, rievoca in alcuni frangenti lo stile musicale della Serie classica, allontanandosi dall’epicità del precedente lavoro di Jerry Goldsmith per abbracciare uno stile più dirompente che meglio si adatta all’incalzante narrazione.

 

In Star Trek II – L’ira di Khan, una nuova vita (e un nuovo format per il franchise) esplode, portando con sé la speranza che qualcosa possa rinascere, ringiovanendo i protagonisti, inizialmente vecchi e troppo stanchi, dopo aver affrontato il ferale gioco: un diabolico e perfetto meccanismo di suspense su quella scacchiera tridimensionale qual è lo spazio profondo.


Scheda

TITOLO ORIGINALE
Star Trek II: The Wrath of Khan

PRODUZIONE
Robert Sallin

REGIA
Nicholas Meyer

SCENEGGIATURA
Jack B. Sowards

STORIA
Harve Bennett, Jack B. Sowards

SOGGETTO
Gene Roddenberry

CAST
William Shatner, Leonard Nimoy, DeForest Kelley, James Doohan, Walter Koenig, George Takei, Nichelle Nichols, Bibi Besch, Merritt Butrick, Paul Winfield, Kirstie Alley, Ricardo Montalban

COLONNA SONORA
James Horner

FOTOGRAFIA
Gayne Rescher

MONTAGGIO
William P. Dornisch

SCENOGRAFIA
Joseph R. Jennings, Charles M. Graffeo

COSTUMI
Robert Fletcher


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