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Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi (2017)

★★★★★ | di Alessandro Pin


STAR WARS: EPISODIO VIII - GLI ULTIMI JEDI | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Il Primo Ordine impera

Il Primo Ordine impera: immenso incipit dell’immancabile opening crawl, sufficiente per capire in che situazione imperversa la Galassia. Dopo la distruzione della Base Starkiller, il Primo Ordine scopre l’ubicazione del quartier generale della Resistenza. L’evacuazione dal pianeta D’Qar decima le forze ribelli che sono così costrette a una fuga disperata. Generali e ammiragli del Primo Ordine, pomposi e arroganti come da manuale, schierano gigantesche astronavi e potenti cannoni, ma anche subdole tecnologie che mettono in serio pericolo la sopravvivenza del nugolo di ribelli ormai a corto di carburante.

 

In linea con le dinamiche di Battlestar Galactica, il drammatico prologo mostra la spettacolare schermaglia tra le parti in gioco; tuttavia, i pezzi più importanti non sono le veloci navicelle fornite da avidi mercanti che traggono profitto dal conflitto come nella nostra grigia società (a cui il creatore George Lucas rivolse lo sguardo concentrando il male insito nella natura umana in un unico personaggio, calcolatore e manipolatore, il burattinaio Darth Sidious), ma i vitali e determinati personaggi che, componendo un ensamble peculiare e sfaccettato, riescono a sostenere un meccanismo narrativo solido ed efficace e purtroppo sconosciuto alla trilogia prequel, se non ne La vendetta dei Sith. A dir poco, stellare.

 

Il sacrifico di un cuore impavido, arso di speranza, è necessario affinché gli altri possano continuare a battere. Questo è il “nuovo” livello narrativo de Gli ultimi Jedi, una concezione di conflitto e sacrificio e speranza di cui già il bellico Rogue One è portatore, ma non a caso innestata nella saga episodica con forza dirompente da Rian Johnson, qui regista e sceneggiatore, che dimostra rispetto e amore incondizionato verso la saga e desiderio di dirigersi verso l’ignoto. Verso una nuova speranza.

Una fiaba non più mitologica, ma contemporanea

Star Wars ha sempre avuto uno spirito fantastico/mitologico coperto da un velo di fantascienza che ne definisse la forma. Il mito arthuriano, i costumi feudali orientali e le opere di Frank Herbert e Isaac Asimov sono state le principali fonti di ispirazione a George Lucas per plasmare la sua creatura. Il finale de Il ritorno dello Jedi (1983), episodio conclusivo dell’esalogia lucasiana, presagisce un lieto fine “e vissero per sempre felici e contenti” da classica favola senza tempo. Trent’anni dopo, ritroviamo gli stessi eroi calati in una diversa e inaspettata veste, in un ruolo molto più impegnativo. J.J. Abrams e Lawrence Kasdan con Il risveglio della Forza, primo tassello dell’era Disney, presentano nuovi personaggi, affiancandoli ai vecchi eroi nobilitati a leggende viventi di cui raccolgono la pesante eredità, e li calano in un contesto familiare. Distanti dall’essere le immortali icone fiabesche che furono, divenuti ritratti di un’umanità contemporanea verso cui si prova empatia, i beniamini creati da George Lucas affrontano il “lato oscuro” che, nel tempo, li ha consumati.

Personaggi stellari

Gli ultimi Jedi è un’opera articolata, ricca di personaggi posti di fronte a complicate e, a volte, mortali scelte etiche che muta il topos di genere per addentrarsi in lidi più tenebrosi, ma non così distanti dal capolavoro L’Impero colpisce ancora. Rian Johnson ridefinisce la saga: intesse la trama di plumbee tonalità comportamentali dai forti contrasti morali. Splendido esempio è DJ (Benicio del Toro), disonesto furfante che bazzica il casinò dell’esotica città di Canto Bight sul pianeta Cantonica; personaggio affascinante di cui è difficile capire le mutevoli intenzioni, ma indispensabile per dare una chance alla Resistenza. DJ può ricordare Lando Calrissian e la sua corrotta corrente di pensiero, ma al contrario dell’amministratore di Cloud City non si schiera. Un mercenario indipendente che si vende al miglior offerente senza preoccuparsi delle conseguenze.

 

È nei simboli che si trova la speranza. Nell’idea di libertà e ribellione contro un sistema impostore e ferale. Chi lo governa sopprime ogni forma di rivolta; tuttavia, anche i buoni alla fine, per giungere alla vittoria, non possono che piegarsi al sistema oppressore ed esserne condizionati. Forse, la morale più importante. I piccoli schiavi di Canto Bight (giovani “force-user”) rinnovano la saga in qualcos’altro, lasciando ai posteri la consapevolezza di un turn-over sotto certi aspetti già assaporato, ma squisitamente poetico dal punto di vista della metrica e della ciclicità narrativa. Che non ha eguali.

 

Luke Skywalker, Sua Altezza reale Leia, il padre Anakin, il contrabbandiere Han Solo, il mentore Obi-Wan Kenobi si identificano con gli eroi dei poemi epici; mentre il potente Yoda e il machiavellico Palpatine rappresentano mistici saggi ai due “lati” della Forza: l’ancestrale campo di energia, creato da tutte le cose viventi, che mantiene unita la Galassia. Sono immortali nella memoria e circondati da un’aura di magia e regalità che li cangia od oscura, perfette immagini da essere intessute su arazzi adornanti immensi saloni medioevali.

 

I novelli Rey (Daisy Ridley), Kylo Ren (Adam Driver), Finn (John Boyega) e Poe Dameron (Oscar Isaac), invece, camminano in bilico sulla sottile linea che separa bene e male, si addentrano in profonde caverne psicologiche rimanendone imprigionati, come fossero in un limbo di complessa definizione, per poi riemergere rinforzati dagli eventi con rinnovata e, per alcuni, ritrovata contezza spirituale.

La paura di Luke, l’audacia di Rey. Nel giardino dell’Eden

L’ultimo Jedi, discepolo di una religione che è ormai leggenda, è come un sacerdote senza più fede. Chiuso in tempio di paura e incertezza come i suoi leggendari predecessori, Luke Skywalker (Mark Hamill) è caduto. Ha visto il male crescere dentro il suo protetto e, dopo aver tentato di eliminarne la minaccia, ha scelto di esiliarsi in un remoto angolo della Galassia. I suoi sono occhi terrorizzati, lucidi e lucenti, di chi ha invaso i sogni e disvelato demoniache visioni di morte. Il rifugio è un luogo sacro, dimora dei primi Jedi, in cui si erge un albero avvizzito, ramificato, nodoso. Vecchio e antico. Cattedrale vetusta e morta. Simbolo del fallimento che domina il suo cuore. Anch-to è il giardino dell’Eden.

 

La fortuna della canaglia che arrideva ad Han Solo non sostiene i Jedi che, guidati da saggezza ed esperienza, sono entrati nel mito dopo essere stati sconfitti in un ferale gioco di potere; così come anche la loro fede, la cui testimonianza è racchiusa in tomi di sapienza protetti da antichi custodi su Anch-to, abitato dagli adorabili Porg (che rimandano la mente ai lucasiani/hensoniani Ewok), su cui Rey si reca in cerca di aiuto e risposte. Luke non è paragonabile al vecchio Obi-Wan Kenobi: dopo aver fallito con Ben Solo si nega alla Forza. Il terrore di fallire (ancora), durante l’addestramento della giovane Rey che muove i primi passi in un mondo più vasto, è profondo. Paura verso la Forza stessa e il cuore dell’isola, specchio e tentazione del Lato oscuro sommerso da energia negativa, come la grotta su Dagobah a cui Yoda riparò in esilio. Ed è proprio Yoda che torna (non in digitale) dal mondo di là della Forza per riconciliarsi al suo ex-padawan Luke Skywalker. Una reunion che ha dell’incredibile e che rafforza e dà compimento a quel profondo legame spezzato anti-tempo dalla fatica nel sostenere un peso che neanche la Forza era più in grado di alleviare: una bugia detta, forse, a fin di bene per proteggere il giovane Luke dal suo retaggio. E qui, ne Gli ultimi Jedi, epoca di nuove generazioni di eroi, tutto si ripete in egual modo e, allo stesso tempo, diversamente. Luke mente a Rey per proteggerla.

 

Il rapporto tra Rey e Luke non è condito dalla frizzante sagacità del “pirata” Han Solo (strappato dalla Galassia), ma più profondo, difficile e articolato. Rey non vede in Luke una figura paterna, ma un mentore distaccato i cui insegnamenti le permettono di esplorare un “lato” di sé di cui conosce ben poco; tuttavia, il saggio eremita nulla può contro il fervore dell’avventata adepta, scrigno di immenso e incontrollabile potere, che, tentata da crudeli rivelazioni, fa della redenzione di Kylo Ren la sua missione. Rey, convinta che Kylo Ren, allievo tradito dal maestro Skywalker e in cui il malevolo Snoke ha piantato il seme del male, abbia ancora possibilità di redenzione, si reca al cospetto del putrefatto demonio per redimerne l’anima. Così come ne Il ritorno dello Jedi fece Luke con il padre Vader, di cui Kylo Ren è discendente e il più potente della stirpe, ma con una differente parabola narrativa. Solo alla fine, Luke decide di rompere il silenzio con la Forza e tornare a essere il simbolo di pace e giustizia di cui la Galassia ha disperato bisogno: un Obi-Wan Kenobi ritrovato, protagonista di uno dei “duelli” più coraggiosi e simbolici della saga che culmina in un trascendente addio al cospetto di un toccante e conosciutissimo panorama. Da elegiaco a epico.

Rey, Kylo Ren e le loro conversazioni

Un’aura di epicità pervade l’intreccio delle parabole dei due giovani protagonisti che si incontrano nuovamente, procedono insieme in armonia sinusoidale, si dividono, come pezzi di una spada (generazionale) frantumata e, infine, completano la loro caratterizzazione. Rian Johnson usa un escamotage narrativo (già usato nella serie animata Rebels) per mettere in contatto i due protagonisti ad anni luce di distanza: attraverso la Forza, Rey e Kylo Ren intavolano discussioni cariche di emozione e sentimento. Ciò permette loro di crescere ed evolversi reciprocamente fino a scoprire l’origine della frattura nel cuore ferito di Kylo Ren e di tale artefatta simbiosi. Un’evoluzione che dimostra come le scelte narrative di Rian Johnson aprano a un territorio inedito mai esplorato e forse mai previsto dal creatore George Lucas. Non v’è più netta distinzione tra bene e male, luce e oscurità, ma un cristallino arcobaleno dalle neutre tonalità grondante giallo oro, come la cangiante veste del Leader Supremo, e rosso sangue, come lo sfavillante incresparsi della lucente spada “bastarda” di Kylo Ren che, attanagliato dal dubbio, persegue un personale viaggio di redenzione. Una folle crociata idealistica non prevista dall’onnipotente (ma non onniveggente) Snoke.

Il Leader Supremo è morto! Lunga vita al Leader Supremo!

Asserragliato in una gigantesca astronave e protetto da guardie pretoriane, come l’Imperatore, il Leader Supremo (Andy Serkis in motion capture) di questo nuovo ordine di cose si erge altissimo ed elegante, quasi opulente nella dorata veste, seduto su un oscuro scranno posto davanti a una tela rosso fuoco, specchio deforme e senz’anima della sua passione. Snoke ha illimitato potere. Non disvela nulla di sé, né delle sue origini. Il suo scopo è trovare Luke Skywalker attraverso Rey. Snoke fa leva sui fragili e confusi sentimenti del protetto Kylo Ren per farlo cedere completamente al Lato oscuro e condurre da lui la giovane Rey. La parabola di Snoke è quantomai grottesca, ma necessaria per completare il viaggio di Kylo Ren verso un’irreversibile dannazione; tuttavia, colui che ha creduto di essere sacrificato sull’altare dei Jedi per sventare la minaccia di un demone onirico, trova la Forza di sconfiggere il vero demone e prenderne il posto, anziché distruggere lo scranno ormai libero e riportare pace e giustizia nella Galassia. Un nuovo prescelto, vittima anch’esso del Lato oscuro. Sconfitto in modo subdolo dal suo apprendista, così come accaduto a Darth Plagueis il Saggio, vittima dell’adpeto Darth Sidious, Snoke non vede oltre l’infinito limite del suo potere. L’uccisione di Snoke e il rifiuto di Rey a perseguire la sua impresa, temprano nel male l’animo di Kylo Ren. Ancora una volta un maestro è distrutto dall’allievo. Inaspettatamente ciclico.

La sottomissione del generale Hux. Il disonore del capitano Phasma

Il generale Hux (Domhnall Gleeson), sbraitante ufficiale comandante del Primo Ordine, non riesce a emergere ed è continuamente sbeffeggiato; distante anni luce dalla grandezza di Tarkin e dalla splendida ed essenziale caratterizzazione di Krennic. Hux nutre nei confronti di Kylo Ren un odio generato dalla competizione per il potere. Dopo la perdita del Leader Supremo è perso e traumatizzato, non coglie l’occasione di sostituirlo poiché ostacolato dal più potente e carismatico Kylo Ren che lo mette in ginocchio e gli nega la libertà di agire secondo proprio volere. Anche il capitano Phasma (Gwendoline Christie), reduce dalla spiacevole visita al compattatore di rifiuti sulla Base Starkiller, non si redime; tuttavia, le è concesso un momento da vera protagonista in un ferale duello di vendetta contro il traditore del Primo Ordine. Un ultimo intenso sguardo, carico di rancore e disappunto, trafigge l’argenteo elmo e incrocia quello di Finn per poi perdersi nelle fiamme. Effimero, ma intenso.

Il coraggio di Finn. L’amore di Rose

Finn affronta i propri dèmoni: dopo aver disertato dal Primo Ordine e aiutato la Resistenza a distruggere la Base Starkiller, veste i panni di un ufficiale per infiltrarsi tra le fila del nemico e compiere una disperata missione. Se Finn ne Il risveglio della Forza è costretto a fuggire e prova odio verso il Primo Ordine, ne Gli ultimi Jedi, lungo il viaggio (di formazione), stringe una splendida amicizia fondata sulla semplicità e sulla forza dell’amore (che travalica ogni cosa) con Rose Tico (Kelly Marie Tran), rivelazione di questo episodio. Rose, a cui nel lungo prologo Rian Johnson dona un eccezionale background psicologico facendoci conoscere la sorella Paige, è parte integrante di questa evoluzione che trasforma Finn in un paladino senza macchia né paura a bordo di un destriero meccanico che sfreccia nel deserto per salvare la Principessa. Per salvare tutti. Cavalleresco.

La tempra di Leia. La possanza di Poe Dameron

Leia (Carrie Fisher nella sua ultima e commovente interpretazione) è un generale più che mai presente. Le forze partigiane sono braccate dal Primo Ordine in quello che è un lento e coinvolgente inseguimento nello spazio di “sventrante” conclusione a velocità luce (un bellissimo affresco spaziale). Leia ha un ruolo più rilevante rispetto a Il risveglio della Forza, oltre a dimostrare una volta per tutte che nelle sue vene scorre il sangue di Anakin Skywalker. Dove ira e odio consumano Anakin, mutilato, lasciato agonizzante e abbandonato dal suo maestro tra le fiamme della dannazione, qui volontà e speranza dominano Leia che reagisce (contrariamente alla madre Padmé) a una condizione estrema e avversa (il gelido nulla dello spazio) grazie alla Forza. Leia non è solo un generale, è una guida, un faro di luce che dirige la Resistenza verso la salvezza: il desertico pianeta salino Crait, l’ultima spiaggia i cui solchi lasciati sulle immense distese bianche sanguinano polvere rossa, teatro dello scontro finale tra gli immensi camminatori del Primo Ordine e i piccoli speeder di fortuna della Resistenza.

 

Poe Dameron è l’archetipo del ribelle senza macchia né paura. L’eroe che tutti vorremmo essere. Così come ne Il risveglio della Forza dimostra un’inesauribile energia: pur di dimostrare il suo valore, vincere il Primo Ordine e salvaguardare la Resistenza, avventatamente va contro gli ordini del generale Leia e si ammutina contro il vice-ammiraglio Hondu (Laura Dern) che rimane nella memoria (anche per la violacea acconciatura). Riconoscendo in Poe il futuro leader della Resistenza, Leia gli affida la più importante delle responsabilità in un bellissimo passaggio di testimone.

Un monolito stellare

Frequenti primi piani permettono di scrutare nel profondo l’animo dei personaggi: occhi colmi di paura e incertezza. Anche nelle battaglie, Rian Johnson dimostra maestria registica attraverso piani sequenza da mozzare il fiato e coraggio per aver osato chiedere così tanto alla saga, diventata ormai il suo parco giochi. L’aver portato i personaggi a un livello successivo in modo così rischioso fa sorgere molte domande su ciò che Star Wars è diventato. Una strada buia è stata intrapresa e per sempre segnerà il suo destino; tuttavia, alla fine, dopo aver destrutturato il mito, Rian Johnson ne potenzia la struttura rimettendo i tasselli al posto di sempre e dona all’episodio una delle conclusioni più belle e significative viste nella saga.

 

Il titolo “Gli ultimi Jedi” è corretto (sarebbe stato riduttivo al singolare). Questo perché i Jedi che abbiamo imparato a conoscere sono destinati all’oblio, mentre una nuova generazione è pronta a impadronirsi del proprio destino e far breccia nel cuore della Galassia. Nel cuore di tutti noi. Perché ognuno di noi potrebbe essere un Jedi. Basta solo crederci, in barba alla ristretta cerchia oligarchica di élite composta da pochi privilegiati, saggi mistici, unici utilizzatori della Forza. Il gotha della Galassia. Sta proprio qui il concetto cardine che riporta a Guerre stellari (quando ancora non esistevano gli episodi e l’idea di una saga era ancora nella mente del suo creatore). La definizione di Forza lucasiana acquista ancor più importanza e Rian Johnson non solo la rispetta, ma la idolatra inginocchiandosi davanti al monolito stellare.

 

Da menzionare la potente fotografia di Steve Yedlin, i bellissimi costumi di Micahel Kaplan che rispecchiano lo stato danimo dei personaggi, la scenografia splendidamente retrò di Rick Heinrichs e Richard Roberts e l’emozionante musica del sempiterno John Williams. Il Maestro della saga è nostalgico e il suo timbro è inequivocabile. Con Il risveglio della Forza ha gettato bellissime basi musicali che esplora nuovamente con rinnovato vigore. Una colonna sonora funzionale che funge da raccordo tra le trilogie richiamandone i temi più iconici, magici e oscuri. Perfetta nel suscitare commozione nei momenti più intensi.

 

Momenti comici che spezzano la tensione non mancano e non stonano, seppur marcatamente disneyani; tuttavia, è doveroso ricordare come George Lucas, fin dall’inizio, avesse impresso nel genoma della sua creatura un determinato timbro: frasi ad effetto e gag ilari (alcune stucchevoli a dir poco) che avvicinassero la più ampia gamma di pubblico possibile. Non da rinfacciare dunque a Rian Johnson l’utilizzo di “intermezzi” estranei al contesto che servono al mero scopo di rendere più fruibile la durata dell’episodio. In ogni caso, quando un’opera rende omaggio alla sua stessa parodia (Balle spaziali docet), non solo dimostra completezza di spirito, ma anche e soprattutto una squisita e sorprendente autoironia, in dote alle menti più brillanti.

 

Gli ultimi Jedi si erge come un monolito che svetta altissimo nel firmamento della space opera generazionale per eccellenza che, dopo il reverenziale risveglio da un letargo durato troppi anni, giunge a una dimensione inedita. Rian Johnson cambia veste alla saga. Va oltre il concetto di bene e male, luce e oscurità. Ridefinisce il concetto di Forza e lo espande. Evolve e meglio definisce i fantastici personaggi che, in ammaliante sinergia, partecipano a un viaggio ricco di colpi di scena strabilianti. Gli ultimi Jedi è il degno erede spirituale de L’Impero colpisce ancora a cui si accosta con egual potenza e immaginifica bellezza.


Scheda

TITOLO ORIGINALE
Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi

PRODUZIONE

Ram Bergman, Kathleen Kennedy

REGIA
Rian Johnson

SCENEGGIATURA
Rian Johnson

SOGGETTO
George Lucas

CAST
Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Lupita Nyong’o, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Kelly Marie Tran, Laura Dern, Benicio Del Toro

COLONNA SONORA
John Williams

FOTOGRAFIA
Steve Yedlin

MONTAGGIO
Bob Ducsay

SCENOGRAFIA
Rick Heinrichs, Richard Roberts

COSTUMI
Michael Kaplan


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