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Suicide Squad (2016)

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SUICIDE SQUAD | RECENSIONE di ALESSANDRO PIN | DESTINAZIONE COSMO

Recensione

Una squadra suicida d’elite

L’Universo esteso DC si espande. La squadra suicida di David Ayer è la risposta ai corali cinecomic di casa Marvel; qui, tuttavia, non c’è un gruppo di supereroi affiatati e schierati dal ciclopico e “bonario” Nick Fury, ma un manipolo di antieroi, la feccia del pianeta, chiuso in un buco di solitudine e pazzia: il sanatorio per supercriminali di Belle Reve. Uno spiraglio di “libertà” è concesso loro da una bastarda (senza gloria) che li controlla con crudele coercizione morale. Così, tra un’aberrante e “bellissima” creatura rettiloide, una strega malefica, un pirocineta, pazzi “unleashed”, soldati e mercenari, si compone un élite “multitutto”, sfaccettato e complessato.

Il variopinto catalogo della “signora dei fascicoli”

È difficile non affezionarsi al manipolo di improbabili eroi, controllati da una dispotica Regina, la “signora dei fascicoli” Amanda Waller (una glaciale Viola Davis) che compone la propria Task Force X all’ombra di ricatti governativi e, ancor peggio, affettivi per fronteggiare i grandi mali del mondo. Uno scopo nobile, ma i cui mezzi utilizzati per raggiungerlo sono moralmente abietti ed eticamente sbagliati. Se Amanda è la Regina di Bastoni – tra le carte vi è un Joker pazzo e innamorato, qui purtroppo non direttamente collegato alla trama principale, ma che si ritaglia (con forte disappunto di Jared Leto) un ruolo più di Jolly che sbuca dal mazzo per aprire una romantica finestra d’uscita alla sua amata Regina (quella di Cuori) –, Bruce Wayne è senza dubbio il Re di Denari, il cui intento è sottinteso per chi segue i gossip della facoltosa, ma solitaria (ancora per poco) casa Wayne: la creazione della Justice League basata sul valore dell’amicizia e non su biechi giochi di potere perpetrati da Amanda. Due facce della stessa medaglia.

 

L’idea di formare una squadra composta di criminali e reietti della società per usarla come capro espiatorio nelle missioni ad alto rischio senza bisogno di preoccuparsi delle perdite, è sintomo della comparsa nel mondo dei metaumani: esseri “diversi” in possesso di particolari poteri dall’alto potenziale. L’arrivo di Superman nel mondo è stata la causa, Amanda Waller è la conseguenza: una donna cinica, fredda e spietata, autentica antagonista, nonché detentrice del potere di spegnere i suoi soldatini, mandati al macello come pedoni sacrificabili.

Deadshot e Harley Quinn

Il cavaliere oscuro è collegato al sornione e divertente Floyd Lawton a.k.a. Deadshot, il Re di Spade, o meglio di Pistole (Will Smith regge alla grande il ruolo di pseudo-leader della Task Force X), e ad Harley Quinn, la Regina di Cuori (una scatenata Margot Robbie), dallo sguardo così erotico che nessun rating è in grado di censurare, che con sensuali movenze ruba la scena agli altri “amichetti” della Suicide Squad. Batman salva la vita ad Harley (quasi sperando che possa diventare un giorno la sua Regina di Denari) e cattura Deadshot davanti agli occhi della figlia che vede così nel padre un cinico assassino e lo supplica di cambiare, inviandogli lettere in prigione che, per un malvagio senso di controllo, non pervengono a Floyd: un uomo che vuole davvero fare il padre, ma il cui ruolo lo allontana dalla figura genitoriale da lui tanto agognata. Tuttavia, è meglio dimenticarsi di Batman, poiché la pellicola di David Ayer si concentra (nel primo diluito atto) sull’arruolamento di Amanda, presentando i vari personaggi della squadra su un variopinto catalogo di serial killer punk dal gusto retrò.

El Diablo

Il regista muove i preziosi alfieri un po’ in ritardo, come lo scatenarsi del potere di El Diablo, il Fante di Cuori (Jay Hernandez), cuori inceneriti e definitivamente perduti, il cui background mostra come abbia perso tutto e di conseguenza sia reticente nell’usare il proprio potere dalle devastanti conseguenze. Chato Santana a.k.a. El Diablo ha bisogno di riscattare il suo retaggio, perduto in un “tragicomico” incidente. Quasi al limite della commedia nera. Grottesco.

Capitan Boomerang

George “Digger” Harkness a.k.a. Capitan Boomerang, il Fante di Denari (Jai Courtney), imprigionato dal Flash dirompente di un cameo fuggente, è il membro della squadra che pensa solo al proprio tornaconto. Affezionato al suo peluche rosa dalla forma equina, è così esoso che basta una mazzetta di dollari a salvargli la vita; usa il suo fido boomerang per recidere la vita ai nemici, ma anche tagliare la strada ai suoi “colleghi” (come da consuetudine fumettistica), instillando in uno dei membri del colorito gruppo una possibilità di fuga per la libertà (quella vera). Una ferale via di fuga, la cui soglia è varcata dallo sfortunato Slipknot (Adam Beach) che esce di scena fin troppo rapidamente e il cuoi ruolo è ridotto a esempio da evitare per la squadra, da cui si trae una profetica conclusione: Amanda Waller non è una sprovveduta da sottovalutare (ricordando 1997: Fuga da New York di John Carpenter).

Killer Croc e Katana

Waylon Jones a.k.a. Killer Croc, il Fante di Spade, o meglio di Denti (un irriconoscibile Adewale Akinnuoye-Agbaje), è la “bestia” della Task Force X di Amanda, un cannibale e provetto nuotatore; mentre Tatsu Yamashiro a.k.a. Katana, la Regina di Spade (Karen Fukuhara), la più fedele ai suoi padroni, è in possesso di una spada che imprigiona nella propria lama l’anima delle vittime, compresa quella del caro defunto con il quale comunica trovando conforto.

Rick Flag

Il sovrintendente del gruppo è il Re di Bastoni, il soldato Rick Flag (Joel Kinnaman), un uomo integro, americano tutto d’un pezzo che tiene sotto scacco la squadra suicida (finché non ne diventa membro attivo) attraverso un deterrente esplosivo impiantato nel collo dei commilitoni (idea preventiva di Amanda). Flag è un Re nel vero senso del ruolo sulla scacchiera (una metropoli devastata, teatro di scontro “alla Resident Evil”), poiché morto lui il gioco termina; il gruppo è così costretto a proteggere il fondamentale pezzo per conquistare la vittoria.

Joker

La riuscita della missione è messa alla prova dall’amore di due anime gemelle. Jared Leto costruisce un personaggio psichedelico, riuscendo a raccogliere l’onerosa e onorevole eredità di Heath Ledger, Jack Nicholson e Cesar Romero. Joker, qui gangster psicopatico dai denti metallici e marchiato di tatuaggi grotteschi e surreali, preferisce impersonare il Re di Cuori, piuttosto che esentarsi dalla scelta di uno specifico seme, mancando dunque di imprevedibilità (peculiarità del Joker di Heath Ledger), poiché incanala la propria follia dentro un cuore pulsante estrogeni dirompenti: la donna perfetta per lui in possesso di quella schizofrenica verve che egli stesso ha scatenato.

 

La Regina di Cuori è dunque perdutamente innamorata del suo consorte, mentre quest’ultimo è infatuato del suo grado fuori scala di pazzia. Il suo niveo galantuomo le sta accanto con sms, giungendo a lei per portarla in salvo; la narrazione è spezzata da pochi, ma intensi flashback, che mostrano il rapporto con Joker. Malleata in un “puddin” acido, l’ex-psichiatra Harleen Quinzel dell’Arkham Asylum è sedotta ed elettricamente sconvolta. Follemente fuori da ogni ragione, imprevedibile e beffardo, Joker è legato a doppio filo ad Harley; una storia d’amore tra le più atipiche, ma comunque pazzamente romantica. Un “mad love” pirotecnico.

 

Se il Joker dandy di Jack Nicholson, acidificato anch’esso, borioso e impazzito dopo essersi specchiato e aver visto la perfezione dell’opera d’arte scolpita sul volto (mentre il Joker di Heath Ledger era consapevole di essere un mostro deturpato nell’aspetto e nell’animo complesso e caotico), sfigurava le sue creazioni (come non pensare ad Alicia Hunt interpretata da Jerry Hall) in una pazza follia lussuriosa dominata da estro artistico, quello di Jared Leto è romantico nel donare la “vera” bellezza alla sua creatura, amarla, salvarla, perderla nuovamente e infine ritrovarla, usando il proprio parterre criminale, composto di tirapiedi e guardie circuite e irrimediabilmente dannate, poiché hanno visto il ghigno tatuato di Joker. Tutto, fuorché démodé, Joker è ancora un personaggio in grado di regalare stupore e ammirazione; questa quarta interpretazione cinematografica è diversa dalle precedenti, insolita, ma dannatamente fumettistica.

L’incantatrice

La minaccia più grande proviene dal passato; una strega atavica che riesuma il fratello per conquistare il mondo e assoggettare l’umanità a una gigantesca macchina da adorare. Il mito della macchina mossa da magia è un rituale già visto e qui, purtroppo, banalizzato. La cattiva, in realtà, è un’altra. La Regina di Bastoni è in possesso (letteralmente e fisicamente) del cuore pulsante della strega, pronto a distruggerlo in ogni momento: un magico e crudele deterrente per tenerla sotto controllo. La dottoressa Jena Moore (una tenebrosa Cara Delevingne a cui il pesante trucco non le rende giustizia), posseduta e manipolata dall’essenza oscura dell’Incantatrice, condivide il letto col Re di Bastoni (una storia d’amore prevista e attesa dalla folle mania di controllo della Regina di Bastoni, così da assoggettarli entrambi al proprio volere); incapace di controllare la sua altra metà (in una suggestiva sequenza la mano di un male primordiale afferra quella pura e innocente dell’ospite che è consapevole del suo palesarsi, invertendosi in uno schema escheriano), Jena Moore è liberata infine da un proiettile “caricato d’amore”. Un climax che (forse) può far dimenticare la superficiale caratterizzazione della strega.

A mali estremi, estremi rimedi

La morale è che i cattivi sono altri, non come in Quella sporca dozzina di Robert Aldrich (ove i protagonisti sono “davvero” cattivi), da cui David Ayer ha spremuto l’amaro succo ingrigito dal secondo conflitto mondiale, addolcendolo e colorandolo per poter così tinteggiare il suo cinecomic su una tela comunque incupita da conflitti ultraterreni, ma risibili se confrontati ai drammi interiori dei protagonisti. I membri della Task Force X sono vittime sacrificabili, costretti a obbedire agli ordini di un governo dispotico, manipolatore e manipolato. Alla fine, dopo aver ammaliato gli improvvisati supereroi con sogni di famiglie ritrovate e vane speranze d’amore, la nemesi è sconfitta, ovvero la strega e lo stregone ancestrali sono distrutti – un Re e una Regina, golem più di metallo che d’argilla, di semi sconosciuti provenienti da un antico mazzo di tarocchi da molto tempo dimenticato –, che hanno forgiato un esercito di “non-morti” e sbarrato la strada ai protagonisti lungo il prosieguo della missione.

 

Gli improbabili eroi, tornati a essere comuni mercenari, dovendo tener fede al contratto con la bastarda, sono destinati nuovamente al tugurio da cui sono usciti: il carcere per metaumani di Belle Reve. Ma non tutto riconduce all’incipit, poiché Harley ripesca inconsapevolmente la sua carta preferita (quella che può rappresentare qualsiasi personaggio), biglietto vincente per una sicura e felice via di fuga concessa ai due bellissimi, folli, sconsiderati innamorati: un sentiero della perdizione che conduce a un universo in espansione.

 

David Ayer rappresenta un cinecomic pervaso da storici brani anni Sessanta e Settanta e colori luminescenti al neon che illuminano il cuore dei “cattivi” membri della squadra suicida che arricchiscono l’Universo esteso DC. L’esigua presenza di Joker è controbilanciata da una supercattiva d’eccezione di stampo machiavellico. Nonostante sia affetto da un montaggio frammentario e una definizione rozza, ma magnetica, dei personaggi (per alcuni di essi fin troppo superficiale), Suicide Squad riesce nell’impresa (suicida) di unire le dinamiche di The Avengers con l’irriverente verve di Deadpool. Un effetto comunque elettrizzante.

Alessandro Pin


Scheda

TITOLO ORIGINALE
Suicide Squad

PRODUZIONE

Charles Roven, Richard Suckle

REGIA
David Ayer

SCENEGGIATURA
David Ayer

CAST
Will Smith, Jared Leto, Margot Robbie, Joel Kinnaman, Viola Davis, Jai Courtney, Jay Hernandez, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Karen Fukuhara, Adam Beach, Ben Affleck, Ike Barinholtz, Scott Eastwood, Cara Delevingne

COLONNA SONORA
Steven Price

FOTOGRAFIA
Roman Vasyanov

MONTAGGIO
John Gilroy

SCENOGRAFIA
Oliver Scholl, Beauchamp Fontaine, Shane Vieau

COSTUMI
Kate Hawley


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